11 December 2017
    Franceschini

    Da Ronchey a Franceschini: la cultura in 20 anni di leggi

    Da Ronchey a Franceschini: la cultura in 20 anni di leggi è stato modificato: 2014-10-17 di Redazione

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    La Legge Ronchey compie 20 anni, ma il ruolo dei privati nella gestione del patrimonio culturale è ancora al centro della polemica. La cultura ha bisogno di modelli nuovi.

    Ieri è stato un Franceschini-day alla GAM – Galleria di arte moderna di Torino – prima dell’inizio del meeting con i Ministri europei della cultura alla Reggia di Venaria. Di cultura si parla tanto, forse troppo, spesso invano. I concetti di cultura e di patrimonio culturale, viziati da decenni di immobilismo, hanno bisogno di sviluppo.

    Nel 1993 ci fu una prima scossa con la legge Ronchey, mai troppo amata dagli intellettuali e dagli addetti ai lavori, che introduceva la possibilità ai privati di sostituirsi allo Stato nella gestione del nostro patrimonio culturale. L’ingresso dei privati per alcuni è un incentivo, per altri, come Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte), è un’abdicazione dello Stato rispetto alle proprie responsabilità, la cessione di un bene collettivo ai privati. Negli ultimi decenni c’è stata una serie di Ministri, di diverso colore politico ma tutti sulla stessa linea, che ha creato di provvedimenti in emergenza, molto bizantini, più attenti alla forma che al contenuto, mirati a tamponare le falle e al mantenimento dello status quo.

    I segnali provenienti dai primi mesi di Dario Franceschini, Ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo (almeno, a questo povero ministero, si potrebbe cambiare il nome) appaiono incoraggianti, indicano un mutamento di rotta rispetto agli anni di sopravvivenza ben confezionata.

    Un sistema al collasso va analizzato con attenzione. Con i primi provvedimenti, tra cui l’Art bonus – che favorisce il mecenatismo culturale con alcuni sgravi fiscali, appare chiaro il nuovo corso del ministero: prima analizzare il sistema per poi attuare i cambiamenti. La paura è che l’Art bonus non si riveli in grado di tarare in modo equilibrato gli interventi privati, incoraggiando piccole imprese o associazioni – e singoli cittadini – a sostenere con un contenuto sforzo finanziario istituzioni che altrimenti rimarrebbero neglette e appese al sempre più esile filo dei fondi pubblici.

    Il modello dell’Art-bonus è Ercolano, dove la Hewlett-Packard investe milioni in cambio solo di un “pubblico riconoscimento”.

    Secondo Il ministro Franceschini: «Questa legge abbatte due barriere che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione. Adesso non ci sono più scuse, veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire nella cultura». Mesi dopo, però, questo proclama appare come una richiesta d’aiuto di intervento dei privati, alla luce dei continui tagli dello Stato.

    Tomaso Montanari (storico dell’arte) nel suo Le Pietre e il popolo critica in modo esemplificativo l’utilizzo di attrattori solo per racimolare un po’ di denaro. Negli ultimi tempi si è diffusa una maggiore consapevolezza: sempre più associazioni occupano gli spazi per portare avanti i vari segmenti culturali o per ripulire e mantenere attivi diversi luoghi nati per la divulgazione della cultura.

    La sensazione forte è che essa vada ripensata diversamente, sia come approccio che come modelli economici, in grado di valorizzare il patrimonio senza renderlo un “brand”. Neanche fosse un prodotto da vendere, o, ancora peggio, da dismettere.

    Per un riassunto dei provvedimenti citati consulta AltaLex »

    Foto: gruscitti.wordpress.com

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