27 July 2017
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    Ruspe in azione

    Ruspe in azione è stato modificato: 2015-06-04 di Paolo Morelli

    Invocare le ruspe contro chi? Per fare cosa? Le ruspe non risolvono il problema, lo spostano.

    I campi rom sono un modello obsoleto, per certi versi ghettizzante, e vanno superati. Evocare le ruspe, però, che soluzione offre?

    Pulito/Sporco.
    L’immagine della ruspa riporta allo stadio iniziale di un cantiere, nel momento in cui si fa piazza pulita di tutto ciò che occupa uno spazio e si prepara il terreno per iniziare una nuova costruzione. La ruspa porta quindi pulizia. È uno strumento per sgomberare. La ruspa “in azione” fa pensare all’atto del pulire. Se la ruspa viene evocata contro i campi rom, allora essi rappresentano lo sporco, il Male. La ruspa è lo strumento che pulisce, quindi è il Bene. Anche quando si pulisce nelle nostre case, la polvere viene spostata, non eliminata. Infatti, regolarmente, torna.

    La questione è che, in questo momento, non è la “sporcizia” del campo rom che va eliminata, ma il campo rom in quanto campo rom, perché nella narrazione politica che ci bombarda da mattina a sera è il campo rom a rappresentare la sporcizia. Ed esso non rappresenta la sporcizia in quanto modello sbagliato, lasciato all’abbandono, intriso di propaganda e mai affrontato, ma è sporcizia perché abitato da rom. Nell’equazione rom=sporcizia ecco che le ruspe, come sinonimo di pulizia, diventano la panacea dei problemi di un popolo. Come se 60 milioni di italiani vivessero male – nella più totale insicurezza, magari – a causa di 40.000 rom (il numero totale di rom che vivono nei campi in tutta Italia).

    Il “cattivo selvaggio”.
    I rom parlano una lingua che per noi è incomprensibile, hanno usanze e costumi molto diversi dai nostri e solitamente hanno origini di altri Paesi. Sono perciò stranieri, ma non sono stranieri di quelli bravi, belli e puliti che vivono a Nord, sono quelli brutti, sporchi e cattivi che arrivano da Sud. Sono immigrati (una balla, peraltro) e perciò, in un folle sillogismo applicato dal popolo che ragiona con la pancia, è l’immigrato (quindi non solo il rom) a essere sporcizia. E verso l’immigrato che si rivolgono le ruspe.

    La spavalderia delle ruspe attivate contro profughi e rom emoziona chi vede nell’immigrato, nello straniero, la causa dei propri problemi. Senza, peraltro, sapere perché. E così accade che qualcuno, per vendicare un crimine (commesso da criminali, non da rom, da criminali) aggredisca un romeno e gli tagli due dita. Senza motivo. Si sa, nella mente dell’ignorante, rom=romeno, forse avranno pensato questo. Ecco, vendetta è fatta, una sorta di “legge del taglione” applicata alla bell’e meglio. Soluzioni semplici e immediate, le peggiori. Chissà se quell’ideale “ruspa”, fatta di insulti e lame, sarebbe stata così solerte anche dentro a uno di quegli odiati campi rom. Chissà se quella ruspa avrebbe mai avuto il coraggio di entrare in un campo rom (chissà perché le manifestazioni si fanno sempre fuori dai campi e mai dentro).

    Illusi dalle ruspe.
    Secondo una ricerca del Pew Research Center, l’Italia è il Paese più razzista d’Europa. L’85% delle persone intervistate dall’istituto americano ha espresso sentimenti negativi nei confronti dei rom. I numerosi stereotipi che circondano il popolo rom fungono da capro espiatorio perfetto (tanto, più o meno, stanno antipatici a tutti), ma sono, appunto, stereotipi. La maggior parte dei rom in Italia, oltre a essere composta da cittadini italiani, è perfettamente integrata e, sì, paga le tasse. I rom delinquono esattamente come delinquono gli italiani. È vero, i campi vanno chiusi, ma vanno sostituiti da politiche di integrazione adeguate, che vanno studiate con calma e competenza (Mafia Capitale insegna). Le ruspe sono l’esatto opposto. Le ruspe non possono cancellare, le ruspe spostano. E così, il campo rom “raso al suolo” (con quel linguaggio bellico sempre caro a certe fazioni politiche) si trasformerà in altri campi rom più o meno abusivi, perché le persone non si possono cancellare. Non più.

    Le ruspe sono un’illusione che non può stare in piedi. In azione contro chi? Contro cosa? Qual è il muro che le ruspe devono abbattere? E per costruire cosa? Le uniche ruspe accettabili, in un Paese civile e democratico, sono di tipo culturale. Allora sì, abbattiamo il concetto di campo rom, abbattiamo la segregazione (e l’autosegregazione) e proviamo seriamente a integrare il popolo più discriminato di Europa, anche se qualcuno di loro preferirebbe continuare a vivere sulle spalle dei cittadini, senza pagare niente, nella “zona franca” di un campo. Qualcuno, non tutti.

    Integrare non vuol dire cancellare la cultura “straniera” per sostituirla con la nostra, vuol dire semplicemente creare un canale di comunicazione tra due culture differenti, affinché si comprendano, si parlino e rispettino leggi e regole del Paese in cui si trovano. Consideriamo i rom (e i sinti), prima di tutto, come persone. Per uno che delinque, che non paga le tasse, ce ne sono molti altri perbene, ma fanno notizia venti rom che si incatenano perché non vogliono pagare le bollette. Venti, su 40.000. Che dire dei numerosi falsi invalidi italiani? O degli evasori? I criminali, prima di tutto, sono criminali, la provenienza è un aspetto secondario che non influisce né sul reato, né sulla pena.

    Ruspe culturali.
    La cultura che pensa di risolvere un problema semplicemente spostandolo da un’altra parte è figlia di una concezione campanilistica della vita. Nessun problema, così, viene risolto, resta sopito nell’immediato, poi torna. Che soluzione offre una politica che, per affrontare un problema, propone di spostarlo evocando le ruspe? Sarà mai in grado di governare anche solo un minuscolo Comune? Lo Stato ha bisogno di ponti e strade, non di ruspe, quelle servono a chi pensa solo a distruggere senza porsi il problema di cosa costruire. Anzi, lasciamole nei cantieri, e non nominiamole più.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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