22 September 2017
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    Il saké di Fukushima sicuro e felice

    Il saké di Fukushima sicuro e felice è stato modificato: 2014-12-26 di Paolo Morelli

    Al Salone del Gusto abbiamo incontrato Ninki Shuzo, proprietario di una distilleria di saké a Fukushima: «Il nostro cibo? Sicuro e controllato».

    Sono passati tre anni e mezzo dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi, in Giappone, quello che ancora oggi porta strascichi soprattutto nella percezione delle persone. Al Salone del Gusto era presente lo stand della Fukushima Prefecture Brewer Union, dove abbiamo incontrato Ninki Shuzo, proprietario di un’omonima distilleria di saké nel distretto di Fukushima. È proprio il famosissimo liquore giapponese una delle attività principali della regione, che non è solo una centrale nucleare.

    «La produzione di saké va benissimo – ha raccontanto Ninki Shuzo – anche perché è tutto al sicuro, il disastro nucleare non ha minimamente influito». Le coltivazioni di riso, dal quale poi viene distillato il pregiato liquore, non fanno parte delle zone contaminate dall’esplosione radioattiva, che ha invece toccato la zona di Minami Soma, a nord di Fukushima. Ninki, naturalmente, ha escluso la possibilità che il saké di Fukushima risenta di eventuali contaminazioni, anche per via degli altissimi controlli su quello che si può definire il prodotto nazionale del Giappone.

    Sembra però che la paura abbia contagiato più gli stranieri che i giapponesi stessi. «In Giappone nessuno ha paura dei prodotti di Fukushima – ha rivelato Ninki – perché sappiamo tutti quale genere di cura esista nella produzione alimentare. È vero, ci sono state delle contaminazioni, ma sono state isolate e tolte subito dal ciclo produttivo». Nella coda che spesso si creava allo stand, soprattutto nei momenti in cui Ninki offriva il suo liquore, non mancavano però le battute allusive sulla presunta radioattività del saké. Comprensibile e inevitabile.

    Si tratterebbe di un problema di percezione, che però ha causato anche qualche ripercussione economica per il Paese, che sull’esportazione di saké conta per una fetta consistente dei propri introiti. «Abbiamo registrato un calo delle esportazioni – ha confermato Ninki – subito dopo il disastro del 2011, ma per fortuna, in poco tempo, siamo riusciti a recuperare il flusso commerciale che avevamo perso. Ora esportiamo soprattutto negli Stati Uniti d’America. In Italia? Anche, ma molto poco». La Fukushima Prefecture Brewer Union si prepara ora a tornare in Italia in occasione dell’Expo 2015 di Milano, dove però gli stand del Giappone saranno, ovviamente, molti di più.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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