23 November 2017
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    Se il migrante fossi tu

    Se il migrante fossi tu è stato modificato: 2015-04-20 di Paolo Morelli

    Centinaia di persone muoiono in mare. C’è chi gioisce, c’è chi specula per guadagnare voti. Ma se i migranti fossero italiani?

    È evidente la colpa della politica italiana nella strumentalizzazione di qualunque tipo di dibattito. Ma è altrettanto evidente la colpa di chi ascolta i delirii dei politici senza usare il cervello e andare oltre. 700 persone (anzi, forse di più) che muoiono sono 700 persone che non avevano nessuna colpa, se non quella di scappare da luoghi distrutti dalla guerra (ma è una colpa?). Disperati, che tentano il tutto per tutto per cercare di ricostruirsi una vita.

    L’odio in rete.
    L’odio intransigente che trasuda da innumerevoli post sui social network è un’accozzaglia di frasi senza senso, partorite da persone che fanno da megafono alla xenofobia dei politici in cerca di voti. Lo abbiamo già visto con Greta e Vanessa e lo vediamo ancora oggi, con persone che ostinatamente credono che 700 morti risolvano i loro problemi economici e sociali. Davvero pensate che “700 in meno” vi migliorino la vita? Davvero riuscite a credere che non avere un lavoro o essere soffocati dalle tasse dipenda dai barconi?

    Avete provato, almeno una volta, a mettervi nei loro panni? E non vale la solita scusa del «da noi non succede», perché nella storia è successo più e più volte e nulla vieta che accada di nuovo. Provate a chiedere agli americani cosa pensino dell’immigrazione italiana, anzi, dell’arrivo dei «mafiosi».

    L’Isis d’Italia.
    Allora facciamo questo esercizio e immaginiamo di essere noi i migranti sui barconi. Non siriani, non libici, ma italiani. Immaginiamo che domani, in Italia, scoppi una guerra civile. Immaginiamo di iniziare ad ammazzarci tra di noi. Immaginiamo di doverci confrontare con l’organizzazione che sta prendendo il potere e si fa chiamare Italia Sovrana Intelligente e Superiore (ISIS). Immaginiamo di non poter uscire in strada perché se ti becca l’Isis e non giuri fedeltà al loro “Stato” ti tagliano la testa. Immaginiamo di non poter andare in Francia perché il governo francese, per evitare che l’Isis superi i confini delle Alpi, ha chiuso le frontiere. E come la Francia anche Svizzera, Lichtenstein, Austria, Slovenia e Croazia.

    Non possiamo uscire la sera perché l’Isis ha imposto il coprifuoco, hanno ammazzato metà della nostra famiglia perché uno di noi è entrato nella debole Resistenza affamata dalla carestia (con il blocco delle importazioni, il Paese muore di fame). Senza contare quando sfondano la porta di casa nostra per un rastrellamento, perché quando l’Isis non c’era, avevamo scritto su Facebook che ci piaceva la democrazia. Loro lo sanno, e ci controllano.

    Fuggire.
    Siamo disarmati, poveri e deboli, ogni giorno muore un amico o un famigliare, di qualunque età. A volte i raid americani bombardano a tappeto e molti civili muoiono sotto il “fuoco amico”. L’unica soluzione è scappare, ma visto che le frontiere sono chiuse prendiamo la via del mare, all’aeroporto ci arresterebbero perché il nostro passaporto non vale niente. Ammesso di arrivarci, all’aeroporto. Gli scafisti ci chiedono 3000 euro ma ci promettono che arriveremo in Spagna, o in Grecia, dove potremo chiedere asilo e ricostruirci una vita, magari arrivando poi in Francia, Germania o Svezia. Paghiamo con i nostri ultimi risparmi, quelli nascosti nel muro, e partiamo.

    A pochi chilometri dalla costa gli scafisti scappano, il barcone si rovescia e molti di noi muoiono. Dio, che fredda quest’acqua. Tanto fredda che non riusciamo a nuotare, ma per fortuna c’è un peschereccio, uno su dieci si salva. Gli altri nove no. Quando va bene.

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    Foto: postazioneavanzata.com

    Nessuno ci vuole perché tutti hanno paura dell’Isis, ma come glielo spieghiamo che proprio dall’Isis stiamo scappando? Poi ci rinchiudono in “centri”. Ci vogliono rimpatriare, ma in Italia c’è la guerra, e se ci prendono, ora che siamo scappati, ci ammazzano sicuro. Alcuni di noi ottengono lo status di rifugiati, altri no, e per evitare di tornare in Italia si danno alla macchia e vengono ricercati come latitanti. A volte li arrestano, a volte muoiono dimenticati in un container da altri scafisti.

    I politici.
    Poi arrivano i politici del Paese che ci ha rinchiuso nei “centri” a dire che rubiamo il lavoro, che devono affondare i nostri barconi e che dobbiamo combattere l’Isis anziché scappare. Combattere? E in che modo se l’Isis ci entra in casa di notte e non abbiamo armi? E quale lavoro dovremmo rubare? Stiamo solo scappando da una guerra, chi non lo farebbe? Dicono che dobbiamo integrarci, imparare la lingua e pagare le tasse, ma quando abbiamo deciso di fuggire non abbiamo avuto il tempo di imparare il greco o lo spagnolo, né di cercare lavoro su Internet (anche perché l’Isis ha vietato i computer). E tutti i soldi che l’Isis non ci aveva confiscato li abbiamo dati agli scafisti per scappare.

    Tutto quello che ci resta ce l’abbiamo addosso. Dicono che abbiamo i cellulari, quindi siamo ricchi. I cellulari? Ma chi, al giorno d’oggi, non ha un cellulare? Veniamo dall’Italia, mica dal centro del Sahara. Avere un cellulare non significa essere ricchi, o dobbiamo pensare che tutte le famiglie del Paese che ci “accoglie” siano famiglie ricche perché hanno quattro, cinque, dieci cellulari? Se hanno i cellulari perché si lamentano di essere poveri?

    Nessuna soluzione?
    Mi fermo qui, ma l’idea è abbastanza chiara. È uno scenario estremo ma possibile, naturalmente non domani. C’è poi l’Unione Europea, quindi un italiano non avrebbe le stesse difficoltà di un siriano con richieste di asilo e passaporti, né la Francia potrebbe chiudere tanto facilmente la frontiera con l’Italia. È, però, un esercizio che serve per capire – o almeno immaginare – come si possa sentire un migrante.

    Come si può gioire di persone che muoiono? Ora il dibattito si sposterà sull’accoglienza, con la retorica dei migranti che ci rubano il lavoro (e mettiamoci dentro pure i rom, che fa sempre comodo) e con la presunta “invasione”. Aggiungiamo un po’ di Isis e il gioco è fatto. Caos, confusione, persone che insultano gli stranieri, magari li aggrediscono (tanto sono stranieri, chissene) e i soliti politici che guadagnano voti. Il problema, invece, che fine fa? Niente, resta lì.

    I migranti non sono tutti brutti e cattivi, hanno solo paura. Paura, ecco una cosa che ci accomuna. Loro hanno paura della guerra, noi pure. Però reagiamo diversamente. Loro, che ce l’hanno in casa, scappano. Noi, che non ce la ricordiamo nemmeno, la evochiamo in continuazione.

    Foto in copertina: livesicilia.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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