18 October 2017
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    Se la Cina si affaccia sul Mar Arabico

    Se la Cina si affaccia sul Mar Arabico è stato modificato: 2016-01-26 di Giovanni Migone

    Unenorme opera da oltre 46 miliardi di dollari collegherà Cina e Mar Arabico attraverso il Pakistan. Per Pechino, necessità e opportunità si fondono: gli equilibri del mercato energetico potrebbero oscillare.

    La Cina, si è sempre sentito dire, è vicina. E in effetti, un passo in più verso Occidente il governo di Pechino l’ha fatto nei giorni scorsi. Il presidente Xi Jinping si è presentato in Pakistan col portafoglio bello gonfio. Un assegno da 46 miliardi di dollari per la costruzione del CPEC (China-Pakistan Economic Corridor): 3200 chilometri di infrastrutture che collegherebbero il Mar Arabico, e quindi la regione del Golfo Persico, con la provincia autonoma cinese dello Xinjiang, ultima propaggine occidentale della Repubblica Popolare.

    Un progetto colossale che vedrebbe completati nel giro di pochi anni oleo/gasdotti, autostrade, ferrovie, dighe e centrali idroelettriche. Il tutto sotto la direzione di Pechino, che otterrebbe uno sbocco sulle calde acque del Mar Arabico, garantendosi un ruolo più ingombrante nei traffici Asia-Europa e un approvvigionamento assai più sicuro di risorse energetiche. Non va infatti dimenticato come le petroliere e i grandi cargo destinati ai porti cinesi siano ad oggi costretti ad attraversare lo stretto di Malacca che, oltre a costituire una rotta più lunga (e dunque più costosa), è anche uno dei bracci di mare più interessati dal fenomeno della pirateria.

    La versione di Pechino.
    Secondo Pechino, il CPEC rappresenta una soluzione univoca a una serie di questioni pressanti. Innanzitutto costituisce uno sbocco su nuovi mercati, risposta necessaria per far fronte al rallentamento del mercato interno, incapace di sostenere il peso di una produzione in costante aumento. Altro aspetto di fondamentale importanza è quello energetico, dal momento che le importazioni cinesi di greggio dalla regione del Golfo rappresentano circa la metà del totale. E non si tratta di cifre ridicole se si considera che a livello globale, tra i consumatori di petrolio e derivati, la Cina si piazza al secondo posto (12.1%), dietro ai soli Stati Uniti (19.9%).

    Dal punto di vista geopolitico, il corridoio è il simbolo di una storica alleanza che viene rinsaldandosi e che guarda minacciosa (economicamente parlando) il comune “nemico” indiano. Un’alleanza che tuttavia non tralascia l’aspetto più prettamente militare: Islamabad, infatti, ha recentemente acquistato da Pechino cinque sommergibili, che andrebbero a rafforzare la flotta pakistana soprattutto in funzione anti-indiana. Il porto di Gwadar, punto di partenza del corridoio in terra pakistana, potrebbe diventare l’hub predestinato a ospitarli. Forse un giorno ci sarà posto anche per quelli cinesi.

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    La mappa del progetto di corridoio Cina-Pakistan (BBC)

    Una soluzione per Islamabad.
    I sottomarini cinesi, tuttavia, non sono altro che la punta dell’iceberg per quanto riguarda il Pakistan, che dal CPEC ha tutto da guadagnare. Oltre all’indotto economico che un simile investimento comporterebbe, Islamabad potrebbe far fronte all’emergenza energetica che dilania il paese (i blackout, sempre più numerosi, possono durare fino a 18 ore), in una situazione che viene ulteriormente esasperata dalla densità demografica è il sesto paese più popoloso del mondo con oltre 180 milioni di abitanti in continua crescita.

    Gli inconvenienti.
    Stando ai disegni preliminari, il corridoio dovrebbe snodarsi a partire dal porto di Gwadar, a un centinaio di chilometri dal confine iraniano, per terminare la propria corsa a Kashgar, uno dei principali centri dello Xinjiang. Se l’accordo tra la Repubblica Islamica e quella Popolare è stato reso noto solo negli ultimi giorni, la Cina non è stata certo con le mani in mano. Già da diverso tempo, l’area portuale di Gwadar sta subendo una vera e propria rivoluzione sotto la guida delle multinazionali cinesi, mentre le prime squadre di operai e ingegneri di Pechino si apprestano a trasferirsi oltreconfine. Sotto scorta armata. Già, perché i 3000 chilometri che separano Gwadar da Kashgar attraversano aree di forte instabilità. Innanzitutto il Belucistan, regione del Pakistan sud-occidentale la cui popolazione è da sempre connotata da un forte spirito indipendentista. Altra zona ad alto rischio è quella del Kashmir, da sempre diviso in una parte pachistana e una parte indiana e costantemente monitorato.

    Anche all’interno dei confini cinesi, infine, il clima non è esattamente dei più tranquilli. Lo Xinjiang è una regione lontana (anche culturalmente) dalla Cina tradizionale e viene additata da Pechino come il ricettacolo dei cosiddetti “tre mali”: terrorismo, separatismo e fondamentalismo religioso. La realizzazione del corridoio sino-pakistano sarebbe dunque, secondo quanto riferito dai due governi, un elemento di stabilizzazione di diverse regioni ad alto rischio per entrambi i paesi. Anche se tra il dire e il fare, c’è di mezzo il Pakistan.

    In copertina: foto scattata da Haidi Lun e pubblicata su Twitter.

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    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

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