23 June 2017
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    Sei sicuro di non avere nulla da nascondere?

    Sei sicuro di non avere nulla da nascondere? è stato modificato: 2015-04-18 di Paolo Morelli

    “Citizenfour”, documentario premio Oscar sul caso Snowden, apre numerosi interrogativi. Forse troppi per il pubblico.

    «Non ho nulla da nascondere» è l’obiezione che chiunque fa nel momento in cui si parla di stretta sorveglianza sui dati personali di ogni cittadino. Se non crea problemi che una terza persona ascolti una conversazione riservata tra noi e il nostro partner, o vada a curiosare tra i nostri messaggi Facebook o la nostra posta, perché tanto «non abbiamo nulla da nascondere», dobbiamo ricordarci che il punto non è questo.

    Il documentario.
    Citizenfour, premiato con l’Oscar 2015 per il Miglior documentario e realizzato da Laura Poitras, racconta la storia dello scoop del secolo, il caso Datagate portato alla luce da Edward Snowden, ex contractor della NSA (servizi segreti americani), che ha svelato al mondo quanto siamo sorvegliati in ogni nostra azione. Snowden è un ragazzo normale che, a poco meno di 30 anni, ha distrutto la propria vita per scoperchiare le attività illecite della NSA. È un whistleblower, parola che non ha una traduzione in italiano ma che indica, in sostanza, chi rivela qualcosa di cui è a conoscenza mettendo a rischio la propria vita per il bene della collettività. In tono spregiativo diventa talpa, ma Snowden non è una talpa, è, appunto, un whistleblower.

    Mentre il documentario va avanti, lo vediamo sempre più preoccupato, poi braccato dalla stampa e dalla polizia, fino a ritrovarlo in Russia, sfatto, asciutto e con due occhiaie gigantesche. Però, sempre, in grado di sorridere.

    Sorveglianza in nome della “sicurezza”.
    Mentre l’uomo parla e rivela alcuni dei programmi di controllo americani e britannici, pensiamo che sì, non abbiamo niente da nascondere (così pare), ma se un giorno il nemico diventassimo noi? La sorveglianza è motivata dalla necessità di avere sicurezza per difendersi dal terrorismo. Tutto è cambiato l’11 settembre 2001, quando due aerei dirottati da terroristi di Al Qaeda si schiantarono contro le Torri Gemelle a New York, distruggendole. Da quel momento, il mondo si è scoperto vulnerabile e, peggio, disposto a dimenticare la privacy in nome della sicurezza.

    Finché non siamo noi i terroristi, il problema non si pone. Ma se un giorno sospettassero di noi e ci sorvegliassero scoprendo i particolari più privati della nostra vita? E se quei particolari fossero passati ai giornali per screditarci? È uno scenario estremo, ma possibile. Basta, poi, il sospetto che una persona abbia compiuto un crimine per poterla sorvegliare? O, forse, sono necessarie delle prove?

    La sorveglianza della NSA non sembra aver evitato sanguinosi attentati, si è fatta piuttosto notare per aver messo sotto controllo il telefono di Angela Merkel, o per quegli agenti che cercavano di scoprire cosa facessero le loro ex fidanzate. È una devianza, naturalmente, ma perché deve essere possibile?

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    In camera con Snowden e Greenwald.
    Citizenfour fa entrare lo spettatore nella camera di albergo ad Hong Kong, dove Snowden incontrò Laura Poitras, il primo vero contatto tra l’ex contractor e il mondo dei media, e i giornalisti del Guardian Glenn Greenwald e Ewen Mac Askill. Siamo con lui mentre “sgrida” Greenwald perché non ha tolto la SD Card dal pc portatile spento («prendi il “pc sicuro”»), e siamo con lui quando stacca il cavo del telefono della stanza perché «questi telefoni hanno un piccolo computer, se ci installano un apposito programma possono ascoltarci anche con la cornetta giù».

    L’ansia cresce di pari passo con quella dei giornalisti, che diventano sempre più sospettosi fino a terrorizzarsi per un allarme antincendio che suona improvvisamente, nonostante non ci sia nessun incendio. Emerge il lato umano di Glenn Greenwald, giornalista che, poco tempo dopo lo scoop, lasciò il Guardian per fondare The Intercept, giornale online che sta continuando tuttora a diffondere le informazioni rivelate da Snowden.

    Sotto controllo anche lui, naturalmente, e colpito negli affetti. Poco dopo lo scoppio del caso, il suo compagno, David Miranda, fu trattenuto per 9 ore all’aeroporto di Heathrow (Londra). Il Brasile, sua nazione di origine, non ha mai ricevuto spiegazioni dal governo britannico. Il Regno Unito, poi, ha il programma di controllo pià invasivo e spietato, gestito dal GCHQ (Government Communications Headquarters) e, ad oggi, tiene sotto assedio il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

    L’Italia è pronta per Citizenfour?
    Citizenfour è un documentario necessario che, purtroppo, non è ancora stato compreso dal pubblico. La desolazione della sala è un sintomo del generale disinteresse delle persone per la privacy. Del resto, se la maggioranza delle persone non ha ancora capito che si può perdere il lavoro – a ragione – per un post su Facebook, come è possibile spiegare quanto sia grave essere costantemente sorvegliati?

    Citizenfour lascia un retrogusto amaro e pone questioni etiche troppo grandi per uno spettatore medio. La questione dev’essere compresa dalla politica. Inutile confidare in quella italiana perché, come ha rivelato lo stesso Snowden, intervenuto ieri al Festival del Giornalismo di Perugia: «è un dato di fatto che l’intelligence italiana e americana abbiano una relazione molto stretta». L’unico spiraglio che resta è quello europeo, ma finora le speranze sono ridotte al lumicino.

    L’altra speranza è che siano i giornalisti a interessarsi a Citizenfour almeno a titolo personale, perché questo documentario è una bellissima lezione di giornalismo. Ogni giornalista sogna lo scoop, ma nessuno insegna come gestirlo, soprattutto se si tratta di una storia come quella di Snowden. Sembra facile, ma un racconto errato rischia di trasformare la notizia in “curiosità”. Il giornalismo italiano è in grado di gestire storie di questo genere e di raccontarle al proprio pubblico?

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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