16 December 2017
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    Sei sicuro di voler fare l’insegnante?

    Sei sicuro di voler fare l’insegnante? è stato modificato: 2015-02-08 di Cecilia Russo

    Le tappe per diventare insegnante, oggi, in Italia: le difficoltà e le strade (con qualche scorciatoia) per ottenere l’abilitazione e sperare nel “posto”.

    Se da grande vuoi diventare professore di scuola media, inferiore o superiore devi deciderlo all’età di 19 anni. Di seguito abbiamo raccolto molte informazioni che serviranno a capire, in tempo utile, come orientarsi per adattare il proprio percorso di formazione, ma anche per avere un’idea di quello che è oggi l’accesso al mondo dell’insegnamento.

    I crediti formativi.
    I governi che si sono succeduti hanno cambiato le regole per poter conquistare l’abilitazione, che non corrisponde al “posto fisso” ma semplicemente al riconoscimento del proprio mestiere. Occorre ottenere i crediti formativi necessari per poter accedere a qualunque percorso abilitante e spesso, almeno fino a qualche anno fa, le università non comunicavano agli studenti questa cosa. Erano voci di corridoio, foglietti con i crediti che giravano di mano in mano. Per capirci, se si desidera insegnare italiano, storia, geografia ed educazione civica alle scuole superiori o medie inferiori, servono almeno 90 crediti (cfu) in precisi settori scientifico-disciplinari: di cui 24 in L-FIL-LET/04 (letteratura latina), 12 in L-FIL-LET/10 (letteratura italiana), 12 in L-FIL-LET/12 (storia della lingua italiana), 12 in M-GGR/01 (geografia), 12 in L-ANT/02 o 03 (storia greca o storia romana) e 12 in M-STO/01 o 02 o 04 (storia antica, moderna o contemporanea).

    Se si considera che ogni esame vale in media 5 crediti, la decisione di diventare insegnanti influenzerà molto il piano di studi del malcapitato, soprattutto se si pensa che i piani di studio che le università richiedono non tengono conto di queste necessità: spesso gli esami non previsti dovranno essere collocati come esami a scelta o in sovrannumero.

    L’abilitazione: SSIS, TFA, PAS.
    Dopo la laurea (con il massimo dei voti, per non essere penalizzati) l’aspirante insegnante fino al 2008-2009 doveva iscriversi alla SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario): una scuola biennale, istituita nel 1990, con accesso a numero chiuso. Ciascuna SSIS regionale era articolata in vari indirizzi disciplinari, comprensivi di una pluralità di classi di abilitazione. Nel percorso formativo erano previsti vari insegnamenti (con relativi esami di profitto) e laboratori, alcuni comuni a tutti gli indirizzi (trasversali), altri caratterizzanti l’indirizzo o la classe di abilitazione. Parte integrante del percorso era anche il tirocinio di 300 ore, da svolgersi in buona parte nelle scuole convenzionate, affiancati da un tutor e da un insegnante supervisore presso la sede universitaria SSIS. Al termine del percorso formativo, lo specializzando affrontava un Esame di Stato.

    Il dedalo TFA.
    Il 10 settembre 2010, un Decreto Ministeriale ha stabilito un nuovo percorso per la formazione iniziale del personale docente: il TFA (Tirocinio Formativo Attivo). Il TFA è composto da corsi a numero chiuso (con test di accesso) e ogni anno vengono stabiliti a livello regionale i posti disponibili per ciascuna classe di concorso.

    Gli esami TFA prevedono il superamento di tre prove: un test preliminare predisposto a livello nazionale con domande a risposta chiusa (60 domande in due ore), una prova scritta (domande a risposta aperta per accertare le competenze nelle discipline secondo precisi criteri, si supera con almeno 21 risposte esatte su 30) e una prova orale a cura delle Università, che si supera con un punteggio pari o superiore a 15/20.

    Dopo l’esame, si paga.
    Una volta affrontato tutto ciò sarà il momento di pagare: «l’immatricolazione ai corsi TFA – come riportano canali ufficiali – comporta il versamento di contributi universitari per la somma di € 2500.00 cui vanno aggiunte le tasse regionali per il diritto allo studio di € 162.00 e l’imposta di bollo di € 16.00», in un’unica soluzione.

    Dopo il test viene stilata una graduatoria dei candidati che hanno superato le tre prove. A ciascuno viene attribuito un punteggio che somma prova scritta e prova orale. Possono accedere ai corsi TFA i primi candidati in graduatoria fino al raggiungimento del numero di posti disponibili, indicato dal bando indetto dall’università. Si dovranno seguire dei corsi formazione, effettuare un numero di ore minime di tirocinio, a conclusione del quale, previa superamento di un esame finale, si consegue il titolo di abilitazione all’insegnamento nella relativa classe di abilitazione, ma non la cattedra.

    In sostanza, chi riuscirà a superare quattro prove, starà un anno senza lavoro e avrà pagato quell’importante cifra, potrà finalmente vedersi riconosciuto il proprio mestiere, ma non avrà assicurato un posto, solo la possibilità di accedere alle graduatorie a esaurimento.

    L’altra possibilità.
    Ovviamente c’è la tipica eccezione italiana per la quale sono stati inventati i PAS: percorsi di formazione per conseguire l’abilitazione all’insegnamento, rivolti ai docenti della scuola con contratto a tempo determinato, non abilitati, che hanno prestato servizio per almeno tre anni nelle scuole statali o paritarie. Con i PAS non è prevista l’ attività di tirocinio nelle scuole, né il test preliminare.

    Quest’eccezione ha dato vita a numerose attività di lucro da parte di molte scuole private, che proponevano agli insegnanti di lavorare senza essere retribuiti pur di ottenere i giorni di insegnamento necessari per accedere ai PAS. I numeri di coloro che hanno superato le ultime prove del TFA ci direbbero che o tutti gli aspiranti insegnanti italiani sono ignoranti o c’è qualcosa che non funziona: in molte regioni sono stati ammessi meno candidati rispetto ai numeri di reale fabbisogno forniti prima delle prove.

    Così non si può continuare.
    È evidente che così gli insegnanti saranno sempre meno, quiz e test su tutto lo scibile umano garantiranno insegnanti ben preparati a livello nozionistico, ma non persone capaci a insegnare, in grado di comprendere gli studenti e affrontare la complessità della nostra società. Inoltre percorsi di specializzazione superiore come dottorati o Master vengono completamente ignorati dal sistema.

    Nessuno può privare un’altra persona della possibilità di accedere alla carriera desiderata attraverso percorsi impossibili. Forse l’unica soluzione in grado di sbloccare questa situazione tanto assurda potrebbe essere l’introduzione delle lauree abilitanti. Confidando che il governo intervenga presto su questo problema, alla domanda: «Cosa vuoi fare da grande?» continueremo a rispondere con forza e determinazione «l’insegnante».

    Uno spiraglio.
    Il prossimo concorso per l’assegnazione delle cattedre, intanto, potrebbe aprirsi anche ai laureati non abilitati. Una recente sentenza del Consiglio di Stato, infatti, ha sancito il diritto di una laureata nel 2008 a partecipare al maxi concorso del 2012. Questo, se recepito, potrebbe cambiare la situazione di tanti altri laureati non abilitati (molti hanno fatto ricorso) e influenzare il prossimo concorso. Non resta che attendere.

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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