20 November 2017
    tolstoj

    Quello smisurato bisogno di Tolstoj

    Quello smisurato bisogno di Tolstoj è stato modificato: 2016-01-26 di Redazione

    Oltre un secolo fa, il 20 novembre 1910, il mondo restava orfano di Lev Tolstoj. Un autore che emoziona ancora, il Sansone di Jàsnaja Poljana.

    Lev Nikolàevič Tolstoj emoziona ancora, al di là delle sue inarrivabili opere. Emoziona vederlo seppellito sotto un’escrescenza d’erba, spoglio di targhe, lapidi o frasi a effetto, avvolto nella medesima solitudine con la quale abbandonò il mondo, sdraiato in mezzo al bosco della sua casa natale di Jàsnaja Poljana, dove nacque e dove affrontò i grandi misteri e i grandi dolori della natura umana.

    La vita.
    Nell’ultimo anno della sua vita, quando i contrasti con la moglie Sòf’ja Andrèevna Bers si erano ormai fatti insanabili, il gigante russo era solito sedere su una panca osservando le formiche mentre trascorrevano le loro vite in modo regolare, senza dissensi, e ciò lo consolava. Ce lo immaginiamo alzare la testa, dare uno sguardo al cielo, ricordare la caduta del principe Andrèj sotto le bombe di Austerlitz, ascoltare il fiato dell’amata contadina Aksinja e sperare fortissimamente, ancora una volta, di fuggire con lei, come un vero cosacco, libero di vergare la steppa a suon di musica zigana; e poi scuotere la testa, riabbassarla sulle formiche, dilaniarsi per l’età ormai inclemente, forse piangere, ma confidare ancora nella propria illimitata forza, oltre la vita e oltre la morte.

    Nel Caucaso era andato volontario, all’assedio di Sebastopoli aveva partecipato, si era sentito libero, e solo: per la prima volta senza un lacché che gli lavasse i vestiti.

    Il bisogno smisurato.
    Di Tolstòj oggi abbiamo un bisogno smisurato; abbiamo bisogno di imparare dalla sua capacità di analisi, un’analisi cocciuta, euclidea, portata fin sul burrone dell’esasperazione.

    Oggi che siamo convinti che la popolazione italiana sia composta per il 30% di stranieri, che ci beviamo cure miracolose sfornate da ciarlatani, che vediamo il mostro Ebola addosso a chiunque abbia una pelle un po’ più scura della nostra, che associamo un miliardo e seicento milioni di persone al boia dell’Isis, che ci indigniamo di fronte ai fini occulti di scie chimiche e vaccini killer, che spurghiamo insulti sul politico o sull’istituzione di turno.

    Oggi che le bufale infestano il web, il luogo comune cavalca i talk show televisivi con le facce sempre uguali di presentatori artatamente scandalizzati e ascoltare la gente per strada è sufficiente per portare avanti una discussione appagante benché spoglia di argomentazioni. Oggi che aprire un libro è un lusso per chi ha tempo da perdere.

    Oggi ci serve più che mai l’insegnamento di Tolstòj. La sua tenacia, la sua fame di contraddizioni, il suo coraggio nell’analizzare a fondo ogni questione, pur di lacerarsi in insolubili dilemmi morali.

    L’analisi continua di Tolstoj.
    Ogni sera egli scriveva sul diario ciò che aveva fatto e soprattutto che non aveva fatto durante la giornata, ciò in cui avrebbe dovuto migliorare, i punti sui quali aveva peccato di superbia, pigrizia o superficialità; e di conseguenza si poneva gli obbiettivi per la giornata successiva: cosa doveva fare e come doveva farlo, per cosa valesse la pena spendere il proprio tempo.

    Un’analisi, la sua, che fu in grado di valutare gli avvenimenti storici per quello che sono, contestualizzarli, rendendo merito e onore a personaggi che magari per mera casualità sono stati estromessi dai libri di storia, in favore di altri che si sono soltanto trovati nel momento giusto al posto giusto. Quando dovette descrivere la battaglia di Borodino in Guerra e pace, andò sul campo dove duecentomila anime si erano scannate, lo percorse in lungo e in largo, guardò i colori, gli alberi, le isbe, si figurò i fortini, contò i passi che dividevano i due schieramenti. Guardò la complessità, la registrò, e la riprodusse.

    Il conte Lev Nikolàevič Tolstoj visse nella contraddizione. Da una parte era attirato dal mondo contadino, che voleva affrancare dalla povertà e dall’ignoranza: perciò aveva istituito una scuola gratuita per i figli dei contadini; dall’altra c’era la sua famiglia, che lo riportava continuamente alla sua condizione di nobile e di scrittore famoso che avrebbe dovuto trarre beneficio economico dal proprio successo. Da una parte falciava insieme ai contadini e godeva della fatica scaturita dal lavoro fisico; dall’altra Sòf’ja Andrèevna gli impediva di trasportare il letame. Da una parte si deliziava delle cavalcate, un momento che gli regalava un senso di libertà impareggiabile; dall’altra si vergognava, poiché vedeva che ai contadini mancavano i cavalli per l’aratura dei campi.

    La fuga.
    Litigi, scenate, dissensi in seno alla famiglia lo stremarono. Soltanto una incredibile forza nervosa gli permise di arrivare a ottantadue anni. La notte del 10 novembre 1910 fuggì da Jàsnaja Poljana. Dopo l’ennesimo diverbio, e dopo avere visto la moglie frugare nelle sue cose per cercare il testamento da dare alle fiamme, con il quale l’autore russo rinunciava ai propri diritti sulle opere successive al 1881, decise che era abbastanza.

    Buio, freddo, fango. Sussultando sulla carrozza, assediato dalla paura eppure rinvigorito dalla gioia, il conte apostata arrivò a Ščёkino, da cui avrebbe preso il treno per Tula. Lì avrebbe potuto depistare gli inseguitori prendendo un biglietto per una località più lontana di quella a cui invece era diretto; ma non fu capace di mentire. Era un vecchietto alla sua ultima stazione, stanco, non più in grado di contenere l’enorme mole di idee che aveva partorito lungo la sua feconda attività di pensatore.

    Viaggiò in terza classe, in un vagone stipato, nel gelo autunnale. Ebbe una buona parola per tutti, diretto all’eremo di Òptina; ma ad aspettarlo era la stazione di Astàpovo, dove si sarebbe spento il 20 novembre alle sei e cinque del mattino.

    Guardava con invidia alla vita lineare e ordinata delle formiche; ma il Sansone di Jàsnaja Poljana aveva abbattuto il tempio dei filistei del vecchio mondo zarista.

    Fabio Elia

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