15 December 2017
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    Se l’artista dà spazio all’attualità sociale: il caso di Ai Weiwei

    Se l’artista dà spazio all’attualità sociale: il caso di Ai Weiwei è stato modificato: 2016-02-19 di Davide Gambaretto

    Centinaia di giubbotti salvagente, utilizzati dai migranti per raggiungere le coste greche, ricoprono da alcuni giorni le colonne della Konzerthaus di Berlino. Sono parte di un’installazione di Ai Weiwei, tributo ai milioni di persone che fuggono dagli orrori della guerra.

    Dopo aver sospeso, il mese scorso, la sua mostra “Ruptures”, in risposta alla legge danese sulla confisca dei beni ai migranti e dopo aver ricreato la tragica fotografia di Aylan Kurdi, il bambino siriano annegato sulle coste greche dell’isola di Lesbo (Grecia), l’artista cinese e attivista Ai Weiwei è tornato a parlare dell’argomento migrazione.

    Nella sua ultima installazione pubblica, Ai ha appeso 14.000 giubbotti salvagente alle colonne della Konzerthaus di Berlino. Questi giubbotti sono stati raccolti dall’artista durante i suoi recenti viaggi sull’isola di Lesbo – documentati sul suo account Instagram – dove ogni giorno centinaia di rifugiati attraccano dopo un estenuante traversata dalla Turchia. Oltre ai giubbotti salvagente, il colonnato della sala da concerto ospita anche uno dei gommoni utilizzati dai migranti durante la traversata. Proprio la settimana scorsa l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) aveva dichiarato che più di 400 persone sono morte quest’anno nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, oltre ad affermare che il numero di rifugiati che ha tentato l’impresa nelle prime sei settimane del 2016 è circa 10 volte più grande rispetto allo stesso periodo del 2015.

    L’opera di Ai Weiwei è apparsa sulla facciata della Konzerthaus la scorsa domenica, proprio nel periodo in cui Berlino ospita la Berlinale – oltre al galà benefico e sociale Cinema for Peace – e diviene ricettacolo mediatico privilegiato dove proporre e fruire la nuova opera dell’artista cinese.

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    Questo nuovo lavoro di Ai Weiwei ha riaperto il dibattito sulla posizione dell’artista di fronte ai grandi eventi globali e, in generale, sul ruolo sociale rivendicato dall’arte. Parlando di questo argomento dobbiamo, però, premettere che questo ruolo sociale non può essere sminuito in nessun modo, proprio per la natura stessa “del fare arte” che è intrinsecamente libero e personale. Lo stesso ruolo dell’artista non può fare a meno della dimensione sociale (intesa sia come rapporto con l’altro, sia come argomenti) perché il suo compito è quello di sollevare quesiti, di far riflettere chi entra in contatto con le sue opere. Proprio per questo motivo, se un artista vuole “sporcarsi le mani” e veicolare con la sua creatività messaggi importanti – anche a discapito di una completezza formale – ecco che una contestazione perde subito di autorevolezza.

    In un certo senso, quella stessa funzione sociale, in un’era dominata dalla mercificazione esasperata e dall’affermarsi di tecnologie che mirano più alla quantità che alla qualità, diventa un modo per riaffermare la propria individualità: legarsi a un momento particolare, rappresentato da un argomento di interesse sociale e, quindi, universale, permette all’artista di riconfermare il proprio io pensante, oltre che offrirgli un mezzo più immediato per trasmettere le proprie idee e le proprie posizioni socio-politiche. Inoltre, quando si parla di artisti della portata mediatica di Ai Weiwei, bisogna sempre tenere conto che le possibilità che un personaggio così riconoscibile offre sono imprescindibili alla diffusione del messaggio stesso. Certo, può succedere che, a volte, queste operazioni artistico-sociali vengano fatte senza tenere conto della sensibilità di alcuni (la foto dove Ai si ritrae nella posa del piccolo Kurdi, pur d’impatto fortissimo, manca un po’ di delicatezza verso la famiglia del bambino) o che alcune decisioni di tempo e luogo sollevino dubbi quali un’eccessiva ricerca di visibilità personale (come nel caso di quest’ultima installazione proprio durante la Berlinale), ma è indubbio che quando un artista globale (da qualsiasi campo esso provenga) si interessa di un argomento delicato e spinoso, come in questo caso il tema dei rifugiati e dei migranti, allora i pregi superano certamente i difetti.

    «Come artista sento di dovermi confrontare con le difficoltà dell’umanità, non riesco a tenerle separate dalle mia arte […]. La frontiera non è a Lesbo, è nelle nostre teste e nei nostri cuori».
    [Ai Weiwei]

    In copertina: L’installazione di Ai Weiwei (Foto di Oliver Lang / courtesy of Konzerthaus Berlin)

    Qui sotto ci sono altre immagini sull’installazione di Ai Weiwei a Berlino.




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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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