25 February 2017
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    Sony, più di un semplice furto

    Sony, più di un semplice furto è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    L’attacco hacker dei “Guardians of Peace” alla Sony: un danno mostruoso per l’azienda e una situazione preoccupante per gli Usa.

    Quello che sta succedendo alla Sony Pictures Entertainment non si può bollare come semplice trovata pubblicitaria. Il fatto che un colosso mondiale come Sony subisca un attacco hacker di proporzioni tali da preoccupare persino la Casa Bianca va oltre la semplice rappresaglia legata all’uscita del film The Interview.

    È vero, ora tutti – anche quelli che non seguono il cinema – sanno che Sony stava per fare uscire un film sull’omicidio (piuttosto patetico) di Kim Jong Un, quindi nel momento in cui il film uscirà davvero, o sarà rilasciato con altri metodi di distribuzione (si ipotizzava uno streaming online), moltissimi si ricorderanno di cosa è successo in questi giorni e probabilmente, anche solo per curiosità, andranno a vederlo. È vero ma è anche vero che se il Governo degli USA definisce il cyber attacco come «un problema serio di sicurezza nazionale, realizzato da attori sofisticati» allora, forse, c’è qualcosa di più.

    Un effetto devastante.
    Innanzitutto l’entità del danno: sono stati trafugati diversi Terabyte di dati che comprendono, oltre al film The Interview, anni e anni di email private tra alti dirigenti della Sony, la cui pubblicazione ha svelato i piani commerciali futuri (il prossimo film della saga di James Bond) e passati (il film su Steve Jobs, poi passato a Universal). Ma l’operazione ha compromesso anche le pubbliche relazioni dell’azienda: basti pensare ai commenti su Angelina Jolie o sui gusti cinematografici di Barack Obama. C’è però molto altro.

    Tra i dati pubblicati dal gruppo hacker che si è autonominato “Guardians of Peace” ci sono anche email che testimonierebbero la grigia pratica dell’Hollywood accounting, una serie di operazioni di maquillage finanziario condotte dalle major americane per moltiplicare i guadagni. La consuetudine, presumibilmente diffusa tra tutti produttori, consiste nel gonfiare a dismisura i costi di un film, proporzialmente agli incassi, in modo da ridurre ai minimi termini i guadagni netti e, di conseguenza, diminuire le royalties percentuali che le major corrispondono a sceneggiatori o autori. A lungo andare, la Hollywood accounting consentirebbe di accumulare plusvalenze milionarie. Normale, quindi, che l’attacco a Sony faccia tremare anche chi è al di fuori di Sony.

    Torna la minaccia del terrorismo “in casa”.
    Il richiamo all’11 settembre colpisce al cuore le paure degli USA. Il gruppo hacker ha infatti minacciato che “succederà qualcosa” nel caso in cui The Interview venga proiettato, citando il terribile attentato compiuto da Al-Qaeda nel 2001. E soprattutto ha plaudito alla decisione di Sony di ritirare il film dalle sale, come ha comunicato poco fa la CNN. Gli hacker hanno inoltre chiesto che tutti i contenuti relativi al film (immagini, trailer, tagli) vengano rimossi dal web, da tutto il web.

    Intanto, qualche settimana fa, Sony ha minacciato i giornali di querela nel caso avessero pubblicato i contenuti diffusi dagli hacker: l’azienda è in piena crisi ed è probabile un giro di vite tra gli alti quadri dell’azienda, se non addirittura la vendita, da parte di Sony Corporation, dell’intero comparto relativo all’entertainment.

    Come sono entrati?
    Ma sono le modalità che preoccupano maggiormente il Governo americano. Pare infatti che questo tipo di attacco avrebbe sfondato i sistemi di sicurezza del 90% dei colossi economici esistenti e l’FBI sembra sia in possesso di informazioni sufficienti per addossare la colpa alla Corea del Nord. Il film The Interview sarebbe un pretesto: sicuramente Kim Jong Un è molto infastidito dall’operazione di Sony, ma questo non intaccherebbe affatto la propaganda del regime, perché è impensabile che Kim voglia controllare l’opinione pubblica negli USA. Decisamente più plausibile che i Guardians of Peace vogliano spaventare Washington combattendola su un campo molto sensibile come quello della privacy online, tematica divenuta scomoda per gli USA dopo l’esplosione del caso NSA.

    Il messaggio è fortissimo e indica che la nuova guerra si combatte online. Già l’ISIS ha dimostrato di saperci fare con il web, ora anche la Corea del Nord cerca di scippare agli USA il primato dell’hacking (ammesso che ce lo avesse). Sony potrebbe essere un avvertimento: la prossima volta potrebbe toccare a un ente molto diverso.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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