19 August 2017
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    Maria Stefanelli, la ‘ndrangheta in un libro

    Maria Stefanelli, la ‘ndrangheta in un libro è stato modificato: 2015-03-06 di Paolo Morelli

    In “Loro mi cercano ancora”, libro scritto con la giornalista Manuela Mareso, Maria Stefanelli si racconta. Ha denunciato la propria famiglia ‘ndranghetista.

    Lunedì, a Torino, è stato presentato il libro Loro mi cercano ancora (Mondadori, 2014), scritto dalla giornalista Manuela Mareso, direttrice di Narcomafie, e dalla testimone di giustizia Maria Stefanelli, ex membro, suo malgrado, della ‘ndrangheta, che ha denunciato la propria famiglia per proteggere sua figlia, nel 1998, e che ora vive sotto protezione in una località segreta. Stasera, alle 18, se ne parlerà alla Casa Teatro Ragazzi (corso Galileo Ferraris 266, Torino) all’interno del convegno “La mafia non ha mai avuto onore, la mafia non ha morale”.

    Il libro.
    «Leggendo questo libro
    – ha spiegato Manuela Mareso – si può essere assaliti da un senso di sconfitta, ma l’intento è anche quello di superare gli stereotipi. Non è vero che a Torino e al Nord non si spara, qui fu ucciso Bruno Caccia, come non è vero che le organizzazioni criminali siano distanti da noi». Il fatto che il Nord Italia sia considerato un’isola felice non raggiunta dalla criminalità organizzata è un vecchio stereotipo che fatica a essere scardinato, eppure prendere coscienza che le mafie “sono già qui” aiuterebbe a combatterle. La tendenza a ridimensionare ogni caso è controproducente.

    «La prima cosa che mi sono proposta – ha aggiunto – è quella di evitare la retorica, anche quella dell’eroismo delle donne che escono dalla mafia. Ci sono tante donne come Maria Stefanelli che non sanno nemmeno di potersi rivolgere allo Stato per uscire dall’ambiente mafioso in cui si trovano».

    Chi è Maria Stefanelli.
    Maria Stefanelli è la sorella di Antonio Stefanelli, figliastra dell’omonimo Antonio, due esponenti della cosca ‘ndranghetista di Varazze (Savona), uccisi con Francesco Mancuso a Volpiano (Torino), il 1° giugno 1997, durante un agguato organizzato dal rivale Domenico Marando. Si salvò solo Roberto Romeo, che raccontò a Maria Stefanelli l’accaduto e fu poi assassinato a Rivalta (Torino) nel 1998 per mano di altri due uomini di fiducia dei Marando: Antonio Spagnolo e Rocco Varacalli. Quest’ultimo è diventato poi un testimone chiave nell’ambito delle indagini che hanno reso possibile l’operazione Minotauro, che ha svelato gli affari della ‘ndrangheta in Piemonte. Ma Maria Stefanelli è anche la vedova di Francesco Marando, fratello di Domenico, che fu vendicato proprio durante l’agguato di Volpiano.

    La donna si è così trovata al centro di una faida tra famiglie ‘ndranghetiste. Come racconta ancora Manuela Mareso nell’articolo linkato in precedenza, Maria Stefanelli viene data in sposa per procura a Francesco Marando mentre lui si trova recluso al carcere delle Vallette di Torino, diventa così il veicolo principale dei pizzini che Marando le dà per continuare a controllare i propri affari dalla prigione. Maria, si legge ancora, «racconta della paura quotidiana, delle corse dagli avvocati per trovare il modo di fare uscire dal carcere il marito, dell’organizzazione della rocambolesca fuga dall’ospedale psichiatrico di Genova dove Francesco Marando riuscì a farsi ricoverare fingendosi depresso». Da quella fuga iniziò la latitanza.

    La denuncia e poi il racconto della realtà mafiosa.
    Dopo aver subito maltrattamenti anche fisici da parte del marito, che vide per l’ultima volta nel 1996, Maria tornò a Varazze con sua figlia, lavorando nei cantieri edili per tirare avanti e pagare i debiti che lui le aveva lasciato. Seguiranno l’omicidio di suo padre e suo fratello nell’agguato di Volpiano, con la rivelazione dei retroscena da parte di Roberto Romeo. Quando anche Romeo viene ucciso, Maria decide di andare a denunciare i Marando, nel 1998, mettendosi contro tutta la propria famiglia, diventando una “infame”.

    Le ragioni della pubblicazione del libro scritto con Manuela Mareso risiedono nella scarcerazione di Rosario Marando, avvenuta nel 2013. Elemento di spicco della famiglia che comanda Volpiano, Marando ha espresso più volte risentimento nei confronti di Maria Stefanelli mentre testimoniava contro la ‘ndrangheta a processo. Maria ne fu terrorizzata e, nell’intervista rilasciata a Manuela Mareso poco tempo dopo, commentò amaramente i giudici che le avevano contestato il fatto che nessuna delle persone denunciate le avesse mai confessato di essere affiliata alla ‘ndrangheta, «nella ‘ndrangheta non funziona così, dell’appartenenza non si parla apertamente, figuriamoci alle donne poi, che sono bistrattate, sottomesse, umiliate, picchiate», disse. L’intervista si concludeva così: «Forse è il momento di raccontare come vive una donna di ‘ndrangheta e pubblicare il libro sulla mia vita che da tempo alcune persone di fiducia custodiscono con il mandato di divulgarlo nel caso mi fosse successo qualcosa. Lea Garofalo e Maria Concetta Cacciola (donne uccise per aver parlato, ndr) non hanno fatto in tempo. Lo devo anche a loro».

    La conoscenza come strumento per combattere le mafie.
    Il libro finalmente è arrivato ed è uno strumento fondamentale per combattere le mafie attraverso la conoscenza. «Nella realtà mafiosa – ha raccontato il magistrato Alberto Perduca, intervenuto durante presentazione di lunedì 10 novembre – predomina la miseria morale, che si accompagna al ruolo sottomesso della donna. È preponderante la mancanza di cultura». Opporsi alla mafia è anche diffondere cultura, soprattutto negli ambienti sociali che ne sono privi. Questo deve partire dall’istruzione, come ha spiegato Maria José Fava, coordinatrice di Libera Piemonte: «Un libro come questo va letto nelle scuole, ma dev’essere accompagnato da un lavoro fatto in classe. È un’opera che parla della mafia senza stereotipi, riuscendo a rappresentare la ‘ndrangheta nella sua complessità». Ne emerge un quadro in contrasto con il presunto valore della famiglia che circonda la mafia, dove invece i famigliari sono messi completamente da parte rispetto all’organizzazione, che non esita a utilizzarli per i propri scopi minacciandoli (quando non li uccide).

    Anche Armando Spataro, procuratore di Torino, è intervenuto alla presentazione. «Questa è una realtà con cui dobbiamo fare i conti – ha commentato – e il libro di Manuela Mareso e Maria Stefanelli dimostra che è nelle famiglie che si diventa mafiosi, quindi le madri (e le donne) hanno un ruolo importante in questo senso». Ed è per conoscere meglio le mafie, e combatterle, che è necessario conoscere la situazione delle donne al loro interno.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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