25 March 2017
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    Storie di un decennio di Terra Madre

    Storie di un decennio di Terra Madre è stato modificato: 2014-12-26 di Cecilia Russo

    Dieci anni di Terra Madre raccontati, al Salone del Gusto, attraverso le storie di chi vi ha preso parte sin dall’inizio.

    «A dieci anni dal primo incontro, Terra Madre è una rete che collega comunità, Paesi, professioni e progetti. Una crescita che, prima che con i numeri, si misura con il piacere e il senso del ritrovarsi e raccontarsi». È con questo spirito che Iliana Martinez, Fatma Kadoumy, Nunzio Marcelli, Shannon Eldredge, Dali Nalasco e Celestine Djendji hanno raccontato al pubblico i progetti dei loro paesi, coordinate da Paolo Di Croce, Segretario Generale di Slow Food e Terra Madre.

    2500 comunità del cibo in tutto il mondo.
    Paolo Di Croce ha raccontato come è avvenuta la nascita di Terra Madre: «era il 2003, Carlo ci chiama e ci invita a casa sua dicendoci “vi devo parlare di una nuova idea”, tutti temevamo le nuove idee di Carlo. Anche quella volta ci stupì dicendo che voleva fare un incontro solo per produttori di cibo, invitando diecimila persone da tutto il mondo».

    I risultati ottenuti sono andati ben oltre le aspettative. Oggi Terra Madre raggruppa 2500 comunità del cibo in 175 paesi del mondo. Queste diverse realtà condividono una visione comune, desiderano cambiare l’idea di alimentazione, anche perché i problemi legati al cibo sono più o meno gli stessi in tutto il mondo. «A Terra Madre si incontrano persone con tradizioni e culture diverse che condividono, però, gli stessi problemi – ha affermato Nunzio Marcelli, fondatore di una comunità di allevatori dell’appennino abruzzese – i prossimi obiettivi saranno il consolidarsi a livello politico e come rete. Del resto tutti noi condividiamo il dovere di un uso sostenibile del territorio». Nel 2006 la rete si è allargata, coinvolgendo gli chef.

    La forza delle donne di Terra Madre.
    Le donne, con i loro abiti tradizionali e sguardi pieni di emozione, hanno trasmesso al pubblico un enorme desiderio di conoscere e condividere. La prima a parlare è stata uno chef: Fatma Kadoumy, che a Nablus, città della Palestina, ha deciso di aprire, con altre donne, una scuola di cucina «per fare qualcosa per la comunità dopo anni in cui ci si era occupati solo di sopravvivere, scappando da una guerra all’altra. Abbiamo iniziato a fare una ricerca sul cibo del nostro paese. Il cibo è storia e siamo rimasti sorpresi da ciò che c’era dietro, non conoscevamo le nostre origini. Abbiamo deciso di cucinare i cibi della tradizione palestinese, lavorando sul cibo locale e stagionale». In ogni scuola è stato aperto un orto, donne anziane hanno incontrato classi di bambini che le ascoltavano raccontare storie del loro paese. Fatma sa che queste piccole cose non cambieranno il suo paese, ma almeno permetterà ai giovani di conoscere il cibo tradizionale. «L’incontro con Slow Food nel 2012 – ha spiegato –, non è stato semplice, temevo di essere l’unica donna araba, vestita con abiti tradizionali, invece mi sono sentita accolta e ho capito che c’era rispetto e comprensione per come sono, questa è stata la mia università».

    Nel 2008 è nata la Slow Food Youth Network, per dimostrare che non tutti i giovani preferiscono i fast food ai cibi puliti, buoni e giusti. Dali Nalasco (Messico) rappresenta bene questa rete, ma rappresenta anche le comunità indigene del Sudamerica. Dali è una psicologa che coordina una cooperativa di donne che producono una salsa di peperoncino con permacultura. «Mia mamma era innamorata della filosofia di Slow Food e me l’ha trasmesso – ha raccontato – provengo da una comunità indigena che è sempre stata minacciata dell’espropriazione delle terre e delle semenze. Sono molto orgogliosa di essere donna e indigena, ma nel mio paese questa è una doppia mortificazione. Ci sono moltissime persone che stanno facendo la differenza, vorrei che altre donne indigene conoscessero Terra Madre, potremmo fare di più e iniziare una vera rivoluzione».

    Le competenze.
    Gran parte del successo di Terra Madre, come ha precisato Paolo Di Croce, deriva dall’educazione. L’anno prossimo, nel Nord Est dell’India, sarà organizzato Terra Madre per le popolazioni indigene, la cui organizzazione si concentrerà su tre punti: i giovani, gli indigeni e la pesca.

    Il mondo della pesca è in pericolo da diversi anni e moltissimi delegati hanno aderito alla rete di Slow Fish, una di queste è Shannon Eldredge, Massachussets, USA. Cresciuta in una famiglia di pescatori, a causa della crisi della pesca ha abbandonato quel mondo per andare al College e trovare un lavoro d’ufficio. Ben presto si è resa conto di non poter vivere senza la pesca ed è entrata a far parte di un network composto da famiglie di pescatori. Ha così iniziato ad aiutare l’attività ittica famigliare. Due anni fa è stata invitata a Terra Madre dove ha potuto raccontare la sua storia. «Non ho mai visto qualcosa di così emozionante – ha rivelato –, ho incontrato persone della Nuova Zelanda, della Tunisia che usavano le nostre stesse tecniche di pesca, mi ha dato coraggio, idee, speranze e strumenti. Ho abbandonato il lavoro da impiegata e mi occupo del business per la mia famiglia, senza pesca non posso vivere».

    Un altro importante progetto di Terra Madre riguarda gli orti pedagogici in Africa. Ne ha parlato Celestine Djedji, insegnate della Costa D’Avorio e coordinatrice del progetto Orti in Costa D’Avorio. In Africa ci sono 1200 orti pedagogici, 74 sono in Costa d’Avorio. Ogni orto è diviso in tre parti: la parte comunitaria, quella familiare e quella pedagogica. L’idea di battersi per gli orti pedagogici è venuta a Celestine quando il figlio si è stupito che dai fiori che la mamma aveva piantato in giardino potessero nascere delle melanzane, Celestine si è chiesta quanti bambini ignorassero del tutto, come suo figlio, la natura.

    Nella cooperativa scolastica i responsabili sono i bambini più grandi. «Ogni gruppo è stato formato da un esperto di agricoltura – racconta Celestine – e gli studenti passano la loro pausa innaffiando l’orto e occupandosene almeno tre volte al giorno. Gli insegnanti si sono interessati a questo progetto e molti si sono dimostrati desiderosi di aprire un proprio orto. Di alcuni orti, le cui scuole non hanno la mensa, vendiamo i prodotti per comprare materiale didattico e palloni agli studenti, ma il nostro progetto è quello di usare i prodotti dell’orto per le mense scolastiche in modo che gli alunni assaporino i frutti del loro lavoro».

    L’agricoltura come percorso verso la libertà.
    Iliana Martinez (Guatemala) è stata l’ultima a raccontare la propria storia. «Il Guatemala è legato alla produzione del caffè che è un prodotto internazionale, ma il produttore – spiega Iliana – non ha il diritto di imporre il prezzo, per molti motivi. Con Slow Food è stata un’avventura complicata. Dal 1996 è finita la guerra civile che affliggeva il paese da trent’anni e proprio quando le persone hanno finalmente potuto riunirsi e cominciare a lavorare insieme è cominciata la crisi del caffè. Abbiamo incontrato Slow Food nel 2004 ma i nostri agricoltori avevano problemi di alfabetizzazione e infrastrutture. Avevano scarse conoscenze tecniche e c’era, inoltre, un sistema legislativo poco adatto ai piccoli produttori».

    Slow Food, secondo Iliana, ha permesso ai produttori di conoscere il loro stesso ambiente, si sono aperte possibilità di commercio internazionale, anche se persistevano problemi di standardizzazione della qualità del caffè . «Inoltre – ha aggiunto la ragazza – arrivo da una regione dove il narcotraffico è molto potente e spesso i acquista il caffè per riciclare i propri soldi. Grazie a Slow Food abbiamo capito il valore del prodotto e possiamo fare noi il prezzo. Il nostro obbiettivo è creare un modello che sia replicabile da altri produttori».

    Chi ha raccontato la propria storia l’ha fatto con la voce che tremava dall’emozione, illustrando realtà dure, spietate come la guerra, il narcotraffico o la discriminazione sessuale e razziale. Ogni persona, però, ha avuto la forza di urlare con orgoglio che Slow Food è stata una possibilità di speranza e riscatto perché, come ha sostenuto in passato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, «chi semina utopia raccoglie realtà».

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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