23 November 2017
    Masaidance

    Tanzania, gli Emiri sfrattano i Masai

    Tanzania, gli Emiri sfrattano i Masai è stato modificato: 2016-01-26 di Alessandro Porro

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    I 40.000 pastori Masai della Tanzania rischiano di dover abbandonare le proprie terre. Il governo vorrebbe realizzare una riserva di caccia da 1.500 kmq per accontentare le richieste degli Emiri di Dubai. 

    Nel cuore dell’Africa Orientale, nel territorio della Tanzania, vivono da oltre tre secoli i Masai, tribù semi-nomade di guerrieri, pastori e agricoltori tra le più conosciute del Continente Nero. I Masai, oggi popolo pacifico che vive in armonia ed equilibrio con gli animali in uno degli ultimi angoli incontaminati del pianeta, potrebbero presto essere costretti ad abbandonare per sempre quelle terre dove riposano i propri avi per fare posto a una riserva di caccia da 1.500 km quadrati, che il governo della Tanzania vorrebbe realizzare su commissione della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti.

    Il profitto contro la tradizione.
    Ancora una volta la storia racconta di come la smania di profitto riesca a prevalere e a travolgere tradizioni ancestrali e plurisecolari. Allettato da una cospicua offerta in petrodollari il governo della Tanzania, uno dei paesi più poveri al mondo, non sembrerebbe avere dubbio sull’operazione. La proposta del resto non è nuova. Gli emiri avevano già avanzato una richiesta simile scegliendo il Serengeti e il governo locale aveva prima detto di sì, poi di fronte alla mobilitazione di attivisti e allo sdegno di molti era stato costretto a fare dietrofront e ad opporre un gentile rifiuto.

    Gli emiri però non si danno per vinti facilmente e in queste ultime settimane sono tornati alla carica. E il copione si sta rivelando uguale a quello dello scorso anno. Il governo della Tanzania ha subito detto di sì e come prima conseguenza gli attivisti sono tornati sulle barricate per salvare i Masai.

    Resta poco tempo.
    I 40.000 pastori Masai potrebbero quindi essere sfrattati entro la fine dell’anno, costretti a spostarsi altrove e ad abbandonare le loro case. Il tutto per un indennizzo che definire misero è riduttivo. Alla tribù verrebbe infatti corrisposto un miliardo di scellini tanzaniani che al cambio diventano 580mila dollari, ovvero meno di 150 dollari a testa. Per i Masai non è una mera questione economica, perché tutto il denaro del mondo non potrebbe valere come merce di scambio per quella porzione di terra. Nel sistema di valori dei Masai la terra non può essere comprata, non esiste proprietà privata. Un proverbio della tradizione Masai recita infatti «Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli». In quella terra riposano gli avi, soprattutto le nonne e le mamme che nella società Masai hanno un ruolo fondamentale.

    Un tempo pastori nomadi, oggi i Masai possono essere definiti un popolo semi-nomade o transumante ma in larga parte ormai stanziale, una scelta dettata dal fatto che la principale fonte di sostentamento delle comunità è data dall’agricoltura. Ecco perché lo spostamento verso altre terre potrebbe avere conseguenze devastanti nella vita della tribù.

    La realizzazione della riserva avrebbe poi conseguenze deleterie anche per l’ecosistema, turbando le abitudini delle centinaia di specie animali che vivono tra il parco del Serengeti e quello del Masaai Mara in Kenya. Nei prossimi giorni una delegazione di Masai incontrerà i vertici del governo tanzanese per esprimere tutta la propria rabbia e preoccupazione per una speculazione economica che rischia di mettere a repentaglio un delicato equilibrio naturale. Intanto anche al di fuori della Tanzania l’indignazione cresce sempre di più e la piattaforma di petizioni online Avaaz ha già lanciato una petizione per fermare in tempo lo sfratto.

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    Alessandro Porro

    Giornalista dal 2007, laureato in giurisprudenza, ha collaborato per anni con un giornale torinese e con diverse testate online. Appassionato di Francia e questioni francesi in generale.

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