25 June 2017
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    Teatro dell’Opera, due stagioni per Puccini

    Teatro dell’Opera, due stagioni per Puccini è stato modificato: 2015-03-18 di Valentina Tatti Tonni

    A quasi un secolo dalla scomparsa, il Teatro dell’Opera di Roma ricorda Giacomo Puccini, dedicandogli l’intera programmazione della stagione estiva, alle Terme di Caracalla. 

    Dire che Giacomo Puccini (1858-1924) fosse solo un compositore potrà sembrare riduttivo; un qualsiasi libro di storia della musica non avrebbe faticato a definirlo tecnicamente un virtuoso, che possiede un alto livello di abilità e raggiunge un alto livello di perizia, in questo caso, nella formazione di opere complesse. Per questo, a ragione, il Teatro dell’Opera di Roma ha voluto dedicare a Puccini due stagioni, quella invernale che si apre ogni anno a novembre e si tiene per l’appunto in piazza Beniamino Gigli e, soprattutto, quella estiva che l’arricchisce perché è ad essa parallela e ha luogo presso le Terme di Caracalla.

    L’opera d’estate.
    La rassegna estiva delle opere, la cui prevendita dei biglietti è stata aperta nella seconda settimana di gennaio, inizia il 6 luglio con la rappresentazione di Madama Butterfly, eseguita dal maestro Yves Abel. A seguire la Turandot diretta dal maestro Juraj Valcuha e infine La Bohème, eseguita dal maestro Paolo Arrivabeni. Non si pensi che la Tosca sia stata esclusa dal programma: il Teatro dell’Opera, infatti, le ha riservato un posto speciale nella rassegna invernale ancora in corso, accanto alla Rusalka di Dvořák, il Werther di Massenet, il Rigoletto e l’Aida di Verdi, la Lucia di Lammermoor di Donizetti, Le nozze di Figaro di Mozart, La dama di Picche di Čajkovskij, prima di riprendere da settembre con l’I was looking at the ceiling and then I saw the sky di Adams e l’Auftieg und fall der stadt mahagonny di Weill.

    La seconda metà del 1800.
    Quando nasce Puccini nel 1858 a Lucca, in Toscana, si sta per concludere il periodo romantico di Liszt e Chopin e sta per iniziare quel periodo più decadente espressione dell’estetica, del bello, dell’apparenza. Nulla è più solo drammatico, il teatro diventa ora palcoscenico di parole e di musica e dà spazio agli interpreti e non solo agli strumenti. Attraverso il lavoro di Richard Wagner e Giuseppe Verdi, la lirica teatrale assume un più grande significato che lo stesso Puccini asseconda: dare ad ognuno il proprio spazio.

    L’opera dell’Ottocento non è più frammentata, ovvero non segue più le linee classiche di quei teatri che spezzavano la realtà e la riducevano a singoli blocchi con un inizio e una fine. L’opera dell’Ottocento ricostruisce una seria condizione di vita nella quale, ove possibile, ci si possa rispecchiare. Questo perché il pubblico fa ormai parte di quella stessa opera in cui curioso si immerge, desideroso di far parte di una storia che rappresenti la sua stessa vita, sia essa compiuta o irrisolta.

    Il suo modo di fare lirica.
    La comunicazione lirica pucciniana è perlopiù melodica e rincorre sentimenti come la nostalgia, la malinconia, la felicità estrema intrisa però di quello stesso dolore che dall’amore porta alla morte. Le strofe seguono sillabe numerose, spesso il gioco si rifà tutto con i duetti, la potenza di un tenore contrapposta a quella di un soprano, il coro in sottofondo.

    Spesso protagoniste sono le donne, energiche, sofferenti ma mai deboli, mai sopraffatte dagli eventi solo consapevoli, forse riponendo in loro la forza che ebbe sua madre nell’allevare da sola otto figli. Questa sua devozione nei confronti della figura materna si evince perfettamente da una lettera che il compositore scrisse alla sorella maggiore, Ramelde: «Qualunque trionfo potrà darmi l’arte, sarò sempre poco contento mancandomi la cara mamma».

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    Valentina Tatti Tonni

    Idealista e vagabonda, tende a bruciare le tappe per non annoiarsi, crede di essere in missione per conto dell'opinione pubblica e per questo rincorre la musica, la letteratura, la politica estera, i diritti umani, l'ambiente.

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