28 March 2017
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    Terremoto dell’Aquila: processo alla scienza?

    Terremoto dell’Aquila: processo alla scienza? è stato modificato: 2015-03-11 di Ludovico Astengo

    Due iter diversi sulla tragedia che ha devastato l’Aquila nel 2009, ma la Scienza potrebbe finalmente uscire dal Tribunale.

    Il 6 aprile 2009, alle 3.32 di notte, una forte scossa sismica provocava il crollo di numerosi edifici e la morte di più di 300 persone in Abruzzo, all’Aquila e nei comuni limitrofi. Assieme allo sgomento, si innescarono da subito gli ingranaggi di ricerca delle responsabilità, o alternativamente dei capri espiatori. La domanda che si fece sempre più pressante era una sola: la tragedia si poteva evitare?

    Dal terremoto al Tribunale.
    In risposta cominciarono i processi, e vennero seguiti due filoni paralleli di responsabilità: da un lato quella generale della “Commissione Grandi Rischi”, un insieme di personalità del mondo scientifico e della Protezione Civile che si riunì poco prima del sisma letale; dall’altro quella specifica dei soggetti deputati alla ristrutturazione, un decennio prima, della ‘Casa dello studente’, per il cui crollo morirono 8 ragazzi.

    La responsabilità individuale.
    Partiamo dal secondo caso. Qui siamo ancora al primo grado di giudizio, nel quale è stata riconosciuta la responsabilità penale di 4 persone per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni: il direttore dei lavori di ristrutturazione della Casa e due progettisti, a quattro anni di carcere, per aver concluso dei lavori che hanno aumentato il rischio di cedimento della struttura nell’eventualità di un sisma; il responsabile della Commissione di collaudo, a due anni e mezzo di carcere, per il mancato rispetto della normativa antisismica.

    Ciò su cui si giocheranno i prossimi gradi di giudizio, in particolare, è il nesso causale tra la condotta degli imputati e l’evento-crollo: se, cioè, la Casa dello studente sarebbe crollata ugualmente senza i lavori di ristrutturazione che ne hanno appesantito le parti superiori, oppure no.

    La “Commissione Grandi Rischi”.
    Nel primo caso invece l’iter processuale è più avanzato, e abbiamo a disposizione due sentenze, di cui un appello che ribalta in maniera decisiva la decisione del Tribunale. In primo grado, infatti, con una sentenza di più di 900 pagine, il giudice era arrivato a condannare tutti i membri della Commissione Grandi Rischi per omicidio colposo e lesioni colpose plurime alla pena di 6 anni di carcere.

    Il fatto che fosse stata esaminata una seduta di questa Commissione aveva permesso al giudice di riconoscere agli imputati quella che viene definita “posizione di garanzia” (di chi, come ad esempio il medico, in virtù delle competenze e della professionalità, può garantire determinate prestazioni), da cui aveva fatto discendere una responsabilità più grave, una colpa specifica, per non essersi adeguati agli standard richiesti nello svolgimento del loro lavoro. Gli imputati sono stati riconosciuti responsabili per «non essere stati in grado di comprendere e utilizzare, in modo adeguato, tutti i dati a disposizione per la valutazione e per la previsione del rischio; e di non essere stati capaci di orientarne l’interpretazione nella direzione della prevenzione e della corretta informazione».

    Un’indagine divisa in due.
    Due diverse ipotesi di responsabilità, dunque: da un lato, quella di chi, pur esperto in materia, non ha utilizzato le sue conoscenze per elaborare una previsione, non tanto e non solo rispetto al verificarsi di futuri terremoti, quanto anche per non aver valutato le conseguenze che tali eventi sismici avrebbero potuto avere sul territorio in termini di danni a cose e persone. Dall’altro, quella di chi si è assunto il compito di comunicare alla popolazione l’assenza di rischi eccessivi e l’invito a rimanere nelle proprie case.

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    La Casa dello studente all’Aquila

    Il “processo alla scienza”.
    Tale sentenza, per la portata certamente innovativa e l’approfondimento corposo dello studio della geologia e della sismologia, ha suscitato un amplissimo dibattito; si sono a lungo scontrate fazioni in difesa della popolazione straziata dal sisma, con gruppi di esperti che gridavano il loro j’accuse contro un “processo alla scienza”. A ben vedere, il giudice non afferma mai in maniera netta, nella sua motivazione, che “gli scienziati avrebbero dovuto prevedere il sisma, e per non averlo fatto sono colpevoli di omicidio”.

    Tuttavia ci va molto vicino, utilizzando perifrasi ampie e complesse, attribuendo agli esperti una responsabilità per non essersi confrontati tra loro in maniera più approfondita e per aver, erroneamente, interpretato e descritto gli eventi in maniera rassicurante. Avevano infatti attribuito allo sciame sismico precedente al terremoto più forte un significato di “scariche di energia”, capaci di rilasciare gradualmente l’energia sismica accumulata e prevenire il verificarsi di eventi sismici più violenti.

    La sentenza ribaltata in appello.
    Come detto, in appello l’impostazione viene ribaltata, e ciò a partire dalla premessa di fondo: non si trattava di una riunione della Commissione Grandi Rischi, e ai suoi partecipanti non può quindi essere attribuita alcuna “posizione di garanzia”. Il giudice di primo grado viene criticato anche per l’impostazione d’analisi seguita, che non fa uso di alcuna perizia, ma si serve piuttosto delle pubblicazioni scientifiche (anche di alcuni degli imputati) per risalire alla condotta che gli esperti avrebbero dovuto tenere e non hanno tenuto. Gli standard non rispettati, dicono i giudici di appello, non si trovano nella normativa richiamata, sono stati costruiti in via interpretativa dal giudice, e non reggono come parametri di responsabilità.

    L’unica valutazione che non è stata fatta, si afferma, è stata proprio quella sull’eventuale erroneità dell’affermazione secondo la quale “i terremoti non sono prevedibili”; e non è stata fatta perché l’affermazione non è sbagliata, in quanto oggi le teorie scientifiche non possono effettivamente prevedere un terremoto, neanche in presenza di un precedente sciame sismico.

    Lo spiraglio.
    Innocenti gli esperti dunque, ma non anche i comunicatori. Qui la sentenza di appello richiama una responsabilità del mondo politico, e della Protezione Civile in particolare. De Bernardinis, allora vice capo della Protezione Civile, che partecipò alla riunione proprio in quella veste, si fece poi carico di comunicare alla popolazione, qui sì in modo negligente (non essendo un esperto) e imprudente (scambiando lo sciame sismico per scarica di energia) che pericoli non vi erano, e che si poteva rimanere in casa. La conseguenza fu la morte di almeno 13 persone, per le quali viene dimostrato da più testimoni in modo chiaro che seguirono le indicazioni della Protezione Civile.

    La condanna? Due anni di carcere con la sospensione condizionale. Tanto o poco che sia, la sentenza di appello smarca in maniera netta questo processo dalle accuse di chi lo voleva degno successore di quello a Galileo.

    Foto: protezionecivile.gov.it

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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