17 October 2017
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    Terrore mediatico, prima e dopo la Grecia

    Terrore mediatico, prima e dopo la Grecia è stato modificato: 2015-07-07 di Paolo Morelli

    Con la questione legata alla Grecia, abbiamo visto ancora una volta un mondo mediatico piegato alla paura.

    Le recenti vicende che hanno riguardato la Grecia sono entrate nel panorama mediatico italiano, spesso, con toni tragici, quasi minacciosi. Un terrore mediatico che si può paragonare al linguaggio adottato per raccontare l’immigrazione (a proposito, è completamente sparita dai media, non ci stavano invadendo?). Subito prima si parlava di Isis e di attentati, anche lì – ma forse con qualche giustificazione in più – si usavano toni spaventosi, con la parola «terrore» sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani.

    Panico da referendum.
    Con l’esito del voto in Grecia, che ha permesso al popolo di esprimersi contro le misure di austerity della Troika, e le reazioni di Europa-FMI che ancora non sono ufficialmente arrivate, i principali giornali italiani hanno intensificato i toni allarmistici. Su Repubblica, Ettore Livini scrive «Le conseguenze sociali sono inimmaginabili. Accaparramenti ai supermercati, probabili tensioni di piazza, stato quasi d’emergenza del Paese». Federico Fubini, sul Corriere della Sera, ci va giù molto più pesante: «Da stamattina il premier greco dovrà fare i conti con le sue promesse che, entro poche ore, rischiano di rivelarsi altrettante menzogne […] Non è certo che gli elettori manterranno l’ordine pubblico, quando scopriranno di avere a che fare con l’ennesimo demagogo»Il Giornale, poi, invita a vendere i Titoli di Stato della zona euro, per comprare dollari o oro. Sembra, insomma, che la Grecia sia sull’orlo della guerra civile e che l’Italia stia per fallire.

    Chiaramente non crediamo nemmeno che in Grecia siano tutti sereni e felici e che la finanza italiana goda di ottima salute (la Borsa di Milano, oggi, è scesa del 3,5%), ma è possibile che i giornali non riescano mai a mantenere l’equilibrio di una pura e semplice cronaca? Si passa dall’entusiasmo sfrenato alla paura di «conseguenze sociali inimmaginabili» dopo l’esito di un referendum in Grecia. Così facendo, nemmeno i lettori capiscono granché. Una schizofrenia comunicativa che fa confusione, rincorrendo l’emozione del momento senza nulla aggiungere a quanto il lettore medio già sa. Per capirne qualcosa, bisogna spostarsi su giornali specializzati, cercando editorialisti o economisti esperti, confrontando le loro opinioni. Un lavoro faticoso, che in pochi farebbero.

    Informare, non confondere.
    Lo scopo del giornalismo, però, è rendere il lettore in grado di crearsi un’opinione su un fatto, fornendogli strumenti e informazioni necessarie. Sta quindi ai “grandi giornali” compiere queste operazioni di analisi e confronto, per poi esporle al lettore “medio” in maniera comprensibile ed equilibrata, senza obbligarlo ad andare altrove o – peggio – illudendolo di essere informato. Forse, però, un giornale con toni allarmistici vende di più, chissà.

    Quando i giornali cavalcano le emozioni, invece, si comportano come il politico “populista” che agita le paure degli elettori per portare acqua al proprio mulino e guadagnare voti. Siamo ancora dentro la schiavitù dei clic o c’è qualcos’altro? È difficile pensare che, ancora una volta, questa tendenza alla schizofrenia emotiva sia dovuta soltanto alle visite e ai banner pubblicitari. Sembra piuttosto che alcuni – come il vicedirettore del Corriere, tanto per dirne uno – stiano “mettendo le mani avanti” nel caso in cui quanto appena accaduto in Grecia si ripeta qui da noi. Al di là delle valutazioni politiche – che in questa sede non ci interessano – questa tendenza a sollecitare la paura dei lettori fa male all’informazione. Il tono di tanti quotidiani somiglia sempre di più al tono degli status sui social network, che però lì possono avere ancora un senso (e vanno presi per tali), quando entrano in un giornale, invece, non hanno giustificazione.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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