20 February 2017
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    TGLFF, la necessità di avere un festival gay

    TGLFF, la necessità di avere un festival gay è stato modificato: 2015-04-25 di Alessia Telesca

    Con 115 film internazionali in programma e l’anteprima di Boulevard, l’ultimo film con Robin Williams, il 29 aprile inaugura il TGLFF, il festival cinematografico di Torino dedicato al mondo LGBT.

    Il TGLFF, giunto al suo 30° anniversario, è stato fondato a Torino da Giovanni Minerba e Ottavio Mai, decisi a opporsi con forza alla cinematografia degli anni Ottanta, schiava del pregiudizio sociale e intenta a utilizzare il “personaggio” omosessuale in chiave offensiva e marginale. Dopo aver diretto con successo la pellicola Dalla vita di Piero, Mai e Minerba allestiscono nel 1985 la prima edizione di quello che diventerà un festival cinematografico con l’obiettivo di raccontare il mondo LGBT nella sua più totale normalità e sincerità, aiutando il pubblico e i cineasti, spesso ignorati e censurati, a dialogare su tale importante tematica.

    Nato come Festival internazionale di cinema a tematica omosessuale “Da Sodoma a Hollywood”, è diventato poi Torino GLBT Film Festival e, l’anno scorso, Torino Gay & Lesbian Film Festival, noto con l’acronimo TGLFF. Il duro lavoro lo ha portato al successo, rendendolo uno dei centri culturali internazionali più importanti per il cinema omosessuale, oltre a un appuntamento fisso per la comunità LGBT e per la città di Torino, che pochi giorni fa (il 22 aprile) ha intitolato un viale a Ottavio Mario Mai, scomparso nel 1992, con la dicitura “Regista e attivista per i diritti degli omosessuali”. Torino è la prima città in Italia a utilizzare la parola “omosessuale” nella toponomastica.

    Evoluzioni cinematografiche ma non sociali.
    Nel 2015, abbiamo veramente ancora bisogno di un festival dedicato alla tematica dell’omosessualità? Interrogativo semplice e forse banale, che apre però notevoli spazi di discussione e riflessione. Una domanda simile, infatti, è stata posta durante la presentazione del TGLFF ad Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema (che amministra il festival), cui si chiedeva se il Torino Gay & Lesbian Film Festival non fosse ormai divenuto inutile vista l’evoluzione sociale degli ultimi trent’anni. La sua risposta ha lasciato chiaramente intendere come la totale accettazione non sia ancora realtà in Italia e in altri stati del mondo.

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    L’immagine guida del 30° TGLFF (clicca per ingrandire)

    La storia del cinema.
    Infatti, per quanto gli ultimi trent’anni abbiano portato la società ad accettare gradualmente la comunità LGBT e le differenze sociali, sessuali, culturali ed etniche di ogni tipo di persona e popolazione, la strada da percorrere è ancora molta. Indubbiamente il cinema ha fatto notevoli passi in avanti da questo punto di vista e nel corso della storia la tematica omosessuale è stata affrontata con sempre maggiore importanza e continuità, arrivando ad abbandonare il punto di vista negativo e sarcastico che contraddistingueva il periodo storico e culturale precedente agli anni Settanta, per sposarne quello positivo e, infine, quello più affine alla veridicità dei fatti, ovvero la normalità.

    Molti pellicole a tematica gay hanno raccontato le difficoltà del coming out e della crescita adolescenziale in società non ancora disponibili ad accettare la diversità sessuale e hanno mostrato i turbamenti interiori vissuti nei complessi rapporti con famiglie e coetanei. Parallelamente alla crescente consapevolezza sociale e a una sempre maggiore richiesta di diritti, il cinema ha iniziato ad arricchirsi di pellicole che hanno segnato tappe importanti, si pensi a Philadelphia di Jonathan Demme o al recente Dallas Buyer Club di Jean-Marc Vallée, che hanno trattato la tematica dell’AIDS, affrontando e smontando i pregiudizi sugli omosessuali, o a pellicole d’autore basate su storie reali come Milk di Gus Van Sant o Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce. Anche l’Italia ha affrontato la tematica con notevole complessità, basti pensare alle produzioni dei maestri Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

    Necessario perché?
    Se il cinema si è evoluto arrivando ad affrontare il mondo omosessuale come una questione reale e normale, la società non ha compiuto ancora questo passo e l’omosessualità continua a essere considerata una cosa da curare, disprezzare, ghettizzare o discriminare a seconda delle ideologie.

    Un festival dedicato all’omosessualità continua a essere necessario non tanto per consentire al pubblico di usufruire di una cinematografia che diversamente non arriverebbe in sala (certo, in un festival il materiale disponibile è numericamente maggiore), ma per permettere di guardare e conoscere ciò che ancora ignora. Diventa un archivio in cui ogni tematica viene approfondita attraverso film di finzione o documentari che analizzano i percorsi interiori delle persone in relazione alla società in cui vivono: turbamenti giovanili, difficoltà familiari, ma anche a situazioni di totale rifiuto, come il caso finito sulla pagine di stampa internazionale dell’Uganda, in cui era stata istituita una legge, dichiarata poi incostituzionale, anti-gay.

    L’utilità sociale.
    Un festival dedicato al cinema gay, al giorno d’oggi, assume un’utilità sociale ancor più che artistica perché consente al singolo di confrontarsi con un mondo di persone considerate “cittadini di serie B”, cui vengono negati diritti basilari, che una qualsiasi altra persona considera normali e naturali, come il matrimonio e l’avere figli. La risposta alla domanda iniziale «Nel 2015, abbiamo ancora bisogno di un festival dedicato alla tematica dell’omosessualità?» è quindi si. Abbiamo bisogno del TGLFF per ricordare a tutti che è “normale” essere tutti “diversi”.

    Quest’anno, il TGLFF inaugurerà il 29 aprile, al Cinema Massimo di Torino, con la proiezione di 54: The Director’s Cut preceduta dall’esibizione di Irene Grandi. A presentare la serata, insieme al direttore Giovanni Minerba, ci sarà la “madrina” Carolina Crescentini. Il 30° Torino Gay & Lesbian Film Festival si chiuderà il 4 maggio.

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    Alessia Telesca

    Educatrice di mestiere e anche un po’ d’animo, è idealisticamente convinta che la cultura sia la chiave per migliorare il mondo. Appassionata di cinema, libri e scrittura, si è avvicinata a quest’ultima nel 2010. Scrive per diverse testate e per The Last Reporter si occupa di cronaca e società.

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