23 June 2017
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    Trash e il cinema nelle favelas

    Trash e il cinema nelle favelas è stato modificato: 2014-12-19 di Paolo Morelli

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    Tre film per viaggiare nelle favelas senza farsi male, ma per comprendere la realtà bisogna concentrarsi su ciò che sta intorno al dramma rappresentato.

    Non è raro che il mondo occidentale si interessi del racconto di realtà disagiate che si trovano ai propri antipodi, o quasi. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla realizzazione di alcuni film che inscenano drammi – reali o inventati – tra le abitazioni degradate delle favelas sudamericane. Nel film Trash di Stephen Daldry, ora nelle sale, tre ragazzini che vivono nella discarica di Rio de Janeiro (Brasile) si trovano tra le mani delle informazioni in grado di incastrare un politico molto influente. La storia, sebbene stia in piedi per la prima metà del film (la più interessante), finisce nel banale e nel semplicistico superata la metà della pellicola, dato che la vicenda assume contorni talmente complessi che per giungere alla conclusione dell’opera è necessaria qualche semplificazione. Ma il film è interessante per un altro motivo.

    I catadores delle favelas.
    Chi sono i tre ragazzini? Sono tre catadores, una realtà di dimensioni enormi che è per lo più sconosciuta dalle nostre parti e che viene ben raccontata da Andrei Schwartz nel suo Wasteland (1997). L’importanza di queste persone per il riciclo è fondamentale, perché si tratta di individui che vivono nella discarica e che raccolgono – frugando nella spazzatura – metalli, plastica e altri materiali, a seconda di ciò che un committente chiede loro, rivendendoli per sopravvivere. Una sorta di raccolta differenziata a posteriori, che dà sostentamento a una fascia di popolazione che vive sotto la soglia della povertà e al contempo contribuisce a riciclare una parte dei rifiuti.

    Nel suo documentario, Andrei Schwartz coinvolge sei catadores nella costruzione di un progetto d’arte utilizzando i rifiuti, che poi ha talmente tanto successo da rendere famosi i sei individui, facendo loro conoscere la notorietà, la bella vita di città e – soprattutto – un po’ di denaro. Ma la fama, dopo un po’, cala, come tornare a frugare nella spazzatura dopo aver passato mesi tra vernissage e presentazioni in giro per il mondo? È il tema del riscatto che ricorre anche in Trash, dove i tre ragazzini – non spieghiamo come per non rovinare il film – riescono a fare il salto, sebbene si tratti più di un salto ipotetico che reale (il film, nella seconda parte, diventa piuttosto onirico), ma che esprime il desiderio recondito di una gigantesca comunità. Dimenticati dalla città, ma da essa cercati per rovistare tra i suoi rifiuti, i catadores sono una delle espressioni positive del popolo delle favelas, svolgono, infatti, un lavoro legale e riconosciuto.

    Una realtà senza riscatto.
    Se però in Wasteland e in Trash i protagonisti riescono a riscattarsi, forse anche grazie alla mansione, onesta e positiva, che svolgono, non accade per niente in City of God di Fernando Meirelles e Katia Lund (Brasile, 2002). La storia narrata è realmente accaduta e mostra l’altro aspetto, forse il più noto, delle favelas di Rio de Janeiro. Una band di ragazzini si fa strada tra le baracche a colpi di furti e omicidi, diventando piuttosto affermata, al punto da essere rispettata dalla popolazione. È qui lo schiaffo fortissimo che viene dato allo spettatore: dove lo Stato è assente, prosperano le organizzazioni criminali che – in un modo o nell’altro – riescono addirittura a dare sostegno alle altre persone. Un aspetto non nuovo (basti pensare a ciò che succede con la criminalità organizzata in molte zone d’Italia) e che emerge, diversamente, anche in Wasteland (dove allo Stato si sostituisce il regista) e in Trash (dove il concetto è molto più mitizzato e passa attraverso l’autodeterminazione dell’uomo/bambino). Il destino del singolo, però, non dipende tanto dalle azioni che compie quanto dal luogo in cui nasce.

    Quanto siamo distanti.
    Si tratta di una realtà che è molto distante dal concetto che sta alla base della società in cui viviamo e che ci sembra surreale nella propria drammaticità. Uno smarrimento che lo spettatore prova soprattutto in City of God, dove a tenere in mano delle pistole e a uccidere sono dei bambini. Possibile? Possibile, la storia è “vera”. A questo punto, se manca il “riscatto finale” dei protagonisti, ci riesce difficile guardare un film come City of God (dove i bambini/uomini restano nella propria dannazione), mentre riusciamo ad accettare meglio i finali di Wasteland e Trash, come se il lieto fine ci tranquillizzasse facendoci pensare che sì, la realtà è bruttissima, ma si può sempre tentare di fare il salto di qualità. La rivista Internazionale ha parlato di “slumming”: cioè di quell’attività turistica che consiste nell’andare a visitare i quartieri più poveri e disagiati delle grandi città (gli “slum”, appunto) per vedere come vivono le persone, salvo poi tornare alle proprie abitazioni come dopo aver fatto un safari. La critica che muove Lee Marshall dalle pagine del settimanale riguarda l’atteggiamento con il quale gli spettatori si pongono di fronte al film: quello di un turista che visita uno slum come fosse un museo a cielo aperto. Ma del resto, pensandoci, cosa si può fare di fronte a un film?

    Quello che è importante, come spesso accade nelle opere cinematografiche, è ricordarsi che al di là dei tre bambini che incastrano un politico brasiliano esistono i catadores. Le favelas, in cui vivono, sono così inavvicinabili e degradate, preda di ogni tipo di criminalità, perché lo Stato, lì dentro, ci manda solo i propri rifiuti, anche quelli, di ogni genere. Un modello che si può applicare a diverse realtà che conosciamo bene.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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