23 November 2017
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    Tutttovero e il falso alla Sandretto

    Tutttovero e il falso alla Sandretto è stato modificato: 2016-02-19 di Redazione

    Riprendiamo la narrazione di Tutttovero, mostra inaugurata a Torino lo scorso 25 aprile, ospitata in quattro sedi differenti: GAM, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e Fondazione Sandretto.

    La scorsa settimana abbiamo presentato il progetto Tutttovero, ciclo di mostre ospitate parallelamente dai quattro musei di arte contemporanea dell’area metropolitana torinese: la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Fondazione Merz. Queste esposizioni sono curate da Francesco Bonami con il sostegno di un comitato scientifico formato da Danilo Eccher, Marcella Beccaria, Irene Calderoni e Beatrice Merz e si propongono di declinare il concetto di vero e di realtà nell’arte, lungo due secoli di storia.

    Ideale punto di partenza artistico, infatti, è il 1815, individuato da Bonami come un anno di grandi cambiamenti nella storia moderna europea. Dal 1815 si arriva al 2015; un periodo in cui la realtà aumentata e l’informazione più veloce dei fatti mettono in dubbio la credibilità di qualsiasi notizia e in cui la cultura sta perdendo il suo valore di verità. Tutte le opere in mostra sono state scelte dalle collezioni dei quattro musei che aderiscono al progetto e, nell’idea di Bonami, servono a riflettere sulla costruzione, l’evoluzione e l’esposizione delle collezioni museali torinesi, nonché sulla loro identità all’interno del panorama cittadino.

    Dove eravamo rimasti.
    Abbiamo iniziato a esplorare Tutttovero a partire dalla sezione in mostra alla GAM: un autentico scavo archeologico, moderno e contemporaneo, che sottolinea il suo essere, ontologicamente, museo istituzionale che fa della narrazione storica e della divulgazione culturale il suo marchio di fabbrica. Continuiamo, ora, questa nostra breve analisi del ciclo espositivo bonamiano, concentrandoci sull’esposizione presentata alla Fondazione Sandretto, che resterà aperta al pubblico fino all’11 novembre 2015 .

    Una riflessione sul falso.
    Per l’esposizione in mostra alla Fondazione Sandretto, la curatrice Irene Calderoli ha deciso di lavorare sul concetto di falso, vale a dire su un ideale rovescio della medaglia dei concetti proposti da Tutttovero. Una tematica che dialoga in maniera coerente con i progetti proposti alla GAM e al Castello di Rivoli (mostre pensate e curate, dall’inizio alla fine, da Francesco Bonami) e alla Fondazione Merz (nelle due Fondazioni coinvolte, i curatori interni hanno avuto un ampio margine di autonomia decisionale).

    Gli artisti in mostra alla Sandretto si trasformano in autentici illusionisti pronti a ingannarci e a sostituire alla nostra visione di un’arte che rappresenta la realtà, un’idea personale che sovrappone vari piani di lettura. Sono inventori di mondi che ci propongono una visione distorta o, al contrario utopica, di tematiche, immagini o significanti per noi già acquisiti. Attenzione, però, gli artisti non rifuggono la realtà, bensì deviano dalla sua rappresentazione per mezzo della fantasia, del divertissement, della spettacolarizzazione, paradossalmente rafforzando per contrasto il concetto stesso di vero e dando il via a una ricerca euristica a partire dal concetto di finzione.

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    Aleksandra Mir, “Lac Suissy”, 2006 (Collezione Sandretto Re Rebaudengo, Torino)

    La mostra si apre, idealmente, con le mappe fantastiche di Aleksandra Mir, in cui politica, mito e topografia si mescolano, confondendo finzione e relatà. Nella prima sala della Fondazione troviamo, invece, uno dei lavori più scenograficamente significativi della mosrta: UHER.C di Robert Kusmirowski (2008). L’opera è la ricostruzione, in scala reale, di uno studio di registrazione polacco degli anni ’60, qui catapultato anacronisticamente nel 2015. Capolavoro dell’inganno, UHER.C è così perfetto da sembrare vero, soprattutto poiché funzionante: al nostro passaggio, infatti, la sala si riempie di note sperimentali che sembrano uscire dallo studio di Terry Riley.

    Nella seconda sala si svela davanti a noi un percorso breve, ma denso di opere, che declinano sotto vari aspetti la tematica della contraffazione: tra gli altri, troviamo il piccolo cineteatro di Janet Cardiff e George Bures Miller, dove l’ausilio del medium sonoro produce un effetto di straniamento che ci trasporta all’interno della sala di proiezione (Muriel Lake Incident, 1999); l’onirico viaggio ai confini del mondo, un po’ documentario un po’ film di fantascienza, di Pierre Huyghe (A Journey That Wasn’t, 2005); i dispensabili falsi reperti di Liz Glynn; e le sensuali forme di resina di Hermann Pitz che rappresentano delle gocce d’acqua (Des gouttes d’eau, 1989).

    Identità museale e sinergia cittadina.
    Per rappresentare al meglio la propria identità museale, la Fondazione Sandretto – che ad aprile ha festeggiato i suoi 20 anni di attività – dà spazio ad artisti relativamente giovani del mondo contemporaneo, attingendo dalla sua vasta collezione opere che si possano inserirsi nel progetto proposto da Bonami. La sinergia che anima Tutttovero viene poi sottolineata dal fatto che, in mostra, troviamo opere che provengono dalle altre sedi museali coinvolte: le tre sculture di Marisa Merz – volti appena accennati di una delicatezza infinita, che sottolineano silenziose assenze – sono state prestate alla Sandretto dalla Fondazione Merz.

    In copertina: Installazione di Robert Kusmirowski “UHER.C”, 2008 (Collezione Sandretto Re Rebaudengo, Torino).

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    Redazione

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