25 November 2017
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    Tutttovero, l’arte a Torino si fa in quattro

    Tutttovero, l’arte a Torino si fa in quattro è stato modificato: 2016-02-19 di Redazione

    Venerdì 25 aprile ha inaugurato, a Torino, Tutttovero, esposizione curata da Francesco Bonami che si sviluppa su quattro sedi: GAM, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Oggi iniziamo a esplorarla partendo dalla sezione in mostra alla GAM.

    Promossa dalla città di Torino, in collaborazione con la Fondazione Torino Musei e il sostegno della Fondazione per l’Arte Crt e Compagnia di San Paolo, ha inaugurato venerdì 25 aprile la mostra Tutttovero – la nostra città, la nostra arte, curata da Francesco Bonami con il sostegno di un comitato scientifico formato da Danilo Eccher, Marcella Beccaria, Irene Calderoni e Beatrice Merz. Particolarità di questo progetto è la sua suddivisione nelle quattro grandi sedi dell’arte moderna e contemporanea del panorama torinese. L’esposizione, infatti, viene ospitata dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea e dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea (fino all’8 novembre), oltre che dalla Fondazione Merz e dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (fino all’11 ottobre).

    Il progetto.
    «Il nome Tutttovero nasce dal fatto che viviamo in una società fatta di web comunication come quella contemporanea, in cui l’informazione è più veloce dei fatti e mette in dubbio l’idea di veridicità delle nostre interazioni e la credibilità delle notizie – racconta Bonami –. Inoltre la mostra vuole offrire una testimonianza sull’idea del vero e lo fa negli stessi giorni in cui viene esposta la Sindone; vera dal punto di vista religioso, ma anche ateo e artistico».

    Per sviluppare questa esposizione si è deciso di mettere in mostra i tesori artistici che la città di Torino ha da offrire: Bonami ha quindi radunato opere selezionate dai singoli musei partecipanti, con l’intento di riflettere sui concetti di vero e di realtà, ma soprattutto sulla cultura artistica del capoluogo piemontese e di rappresentare al meglio le rispettive identità museali delle sedi coinvolte. Non importare cultura “sterilmente”, quindi, ma esporre, al contrario, ciò che la propria cultura pubblica e privata ha saputo costruire negli anni. Un aspetto che, come ha sottolineato il sindaco Piero Fassino «dimostra quanto Torino sia un giacimento di arte contemporanea che ne fa una delle più grandi capitali europee in questo settore».

    L’esposizione.
    Bonami crea questo percorso “archeologico” coprendo l’arco di due secoli – dal 1815 al 2015 – e quando gli viene domandato perché è stato scelto proprio il 1815 come punto di partenza, lui ricorda che fu l’anno della sconfitta di Napoleone a Waterloo, un evento che segnò l’inizio di enormi cambiamenti nella storia moderna europea. Da lì si arriva fino al 2015, l’anno dell’Expo, un anno in cui l’Europa affronta ancora una volta un periodo di grandi cambiamenti sociali.

    Nelle prossime settimane analizzeremo i percorsi proposti dalle quattro sedi museali che compongono Tutttovero e ne daremo, infine, un giudizio globale. Iniziamo, ora, questo nostro breve viaggio, esaminando l’esposizione presentata alla GAM.

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    Enrico Gamba, “I funerali di Tiziano”, 1855 (GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino)

    La GAM.
    Costruita per accumulo – in una maniera che pare quasi ricalcare la recente mostra “Shit and Die”, svoltasi, sempre a Torino, lo scorso inverno – e con un sapiente contrasto cronologico e stilistico delle opere in mostra, il percorso proposto alla GAM offre al visitatore uno spazio – quello dell’Underground Project – dove riflettere sull’evoluzione e l’esposizione delle collezioni museali (e più in generale sull’arte moderna e contemporanea). Uno spazio informale dove ripensare al proprio passato di città (ad esempio attraverso le utopie architettoniche di Alessandro Antonelli o la collezione di fotografie storiche, prestito dalla Fondazione Sandretto) e, più in generale, di esseri umani che vivono un mondo globale (attraverso i video di Gianfranco Baruchello o di Anri Sala).

    Davanti a noi si svelano percorsi multipli. Si può notare la scelta di opere, piuttosto autoreferenziali, per quanto riguarda il concetto stesso di storia dell’arte (i critofilm di Carlo Ludovico Ragghianti o i documentari di Luciano Emmer e Mario Carbone) e di produzione artistica (l’affermazione, carica di un’ironia che allo stesso tempo si trasforma in atto di fede, pronunciata da John Baldessari nel video “I Am Making Art”, 1971, e che diviene la colonna sonora dell’intera mostra). Siamo, poi, messi a confronto con un’ovvia sezione che sviluppa il tema della rappresentazione del sé, in quanto artista. Una tematica che si lega intrinsecamente con quella della veridicità nell’arte, qui espressa attraverso una serie di opere che offrono una rappresentazione di un sé mistificato (prendiamo, per esempio, i giochi fotografici di Luigi Ontani, di inizio anni ’70) o attraverso il recupero di un passato a cui non si è potuti assistere personalmente e di cui non conosciamo il reale svolgimento (come ne “I funerali di Tiziano” di Enrico Gamba, del 1855). Si arriva, infine, a una riflessione sul tema della morte, indissolubilmente legata al potere dell’arte (le 99 tavole intitolate “MDLXIV”, 1976, di Luigi Mainolfi, che rappresentano la realizzazione di un calco di gesso dell’artista stesso, che infine verrà distrutto, per ragionare, così, sulla morte dell’arte) e che si risolve grazie al video di Mario Carbone, “Firenze, novembre 1966”, documentario che racconta dello straripamento dell’Arno nel 1966 e di come avvenne il salvataggio del patrimonio storico fiorentino: l’arte e la tematica della morte si (ri)uniscono in questo salvataggio finale del patrimonio artistico.

    Uno scavo archeologico nell’arte.
    Nelle idee di Bonami e del direttore Danilo Eccher, il percorso proposto alla GAM vuole riportare il museo alle sue origini utopiche, immergendo il pubblico in un’esperienza attiva, dove è proprio lo spettatore a dare sfogo al desiderio di mettersi in relazione con l’arte e con la storia. L’Underground Project della GAM diviene uno scavo archeologico che fa perno sull’arte moderna e contemporanea degli ultimi due secoli e ci porta in un viaggio fatto di contrappunti e riflessioni profonde, che però dobbiamo essere bravi a cogliere e a rielaborare (osservate il posizionamento delle sculture di Jules Mène, Cherchi e Zorio davanti a “I funerali di Tiziano”, con le opere che si trasformano in autentici psicopompi). A volte questi riferimenti vengono utilizzati in maniera, forse, un po’ troppo disinvolta. A volte ne vengono sovrapposti troppi, a discapito di una fruizione più equilibrata. In fondo, però, sono proprio queste le caratteristiche e gli aspetti che si è cercato di trasmettere al pubblico. Un limite che diviene anche forza, a seconda di come lo si approccia.

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    Redazione

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