23 June 2017
    04_FondMerz_tutttovero_DeSerio

    Tutttovero e l’eredità dei coniugi Merz

    Tutttovero e l’eredità dei coniugi Merz è stato modificato: 2016-02-19 di Redazione

    Continuiamo la narrazione di Tutttovero, mostra inaugurata a Torino lo scorso 25 aprile, ospitata in quattro sedi differenti. Qui analizzeremo la sezione esposta alla Fondazione Merz.

    Nelle scorse settimane abbiamo iniziato ad analizzare due delle quattro tappe che compongono Tutttovero, ciclo di mostre ospitate parallelamente dai quattro musei di arte contemporanea dell’area metropolitana torinese: la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Fondazione Merz.

    Francesco Bonami – che ha curato queste esposizioni, affiancato da un comitato scientifico formato da Danilo Eccher, Marcella Beccaria, Irene Calderoni e Beatrice Merz – ha raccontato che l’idea di Tutttovero è nata pensando a che cosa sia vero in una società come la nostra, in cui tutto quello che viene comunicato diviene automaticamente vero, non importa se sia stato costruito o se sia falso. Bonami ha affermato di aver «intrecciato un po’ le collezioni delle quattro istituzioni museali», offrendo al pubblico opere che, di solito, non vengono mostrate con troppa frequenza.

    Per fare questo ha preso in esame due secoli di storia dell’arte; il punto di partenza di questo ciclo di mostre è, infatti, il 1815, individuato da Bonami come un anno di grandi cambiamenti nella storia moderna europea, che ha il suo contraltare nei grandi cambiamenti sociali visibili in questo 2015. Tutte le opere in mostra, nell’idea dei curatori, servono a riflettere sulla costruzione, l’evoluzione e l’esposizione delle collezioni museali torinesi, nonché sulla loro identità all’interno del panorama cittadino.

    Dove eravamo.
    Siamo arrivati al terzo appuntamento di un ciclo di articoli che esplorano Tutttovero, analizzando brevemente le quattro esposizioni che la compongono. Siamo partiti approfondendo la sezione in mostra alla GAM, mentre la scorsa settimana è stato il turno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Continuiamo, oggi, concentrandoci sull’esposizione presentata alla Fondazione Merz, che rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 11 novembre 2015.

    La Fondazione Merz.
    Per la mostra alla Fondazione Merz – che in questa esposizione ripercorre 10 anni di storia espositiva – Beatrice Merz e Francesco Bonami hanno costruito un percorso che si sviluppa sul rapporto, gli scambi relazionali, personali e artistici, e l’eredità che Mario e Marisa Merz hanno lasciato a tutti gli artisti con cui hanno lavorato. Artisti che con le proprie opere e la propria ricerca individuale hanno condiviso un particolare cammino nella Storia dell’arte contemporanea.

    Mario Merz, “Pietra serena sedimentata depositata e schiacciata dal proprio peso…”, 2003, Collezione Merz, foto di Paolo Pellion

    Il punto di partenza ideale è l’installazione dell’opera “Pietra serena sedimentata depositata e schiacciata dal proprio peso…”, un imponente tavolo metallico costruito misurando la Cupola del Brunelleschi a Firenze (qui ne è stato montato solo un terzo) che ci mostra un’idea di realtà e di verità, rielaborata dall’artista secondo la sua sensibilità, e che ci offre un legame architettonico con i progetti di Alessandro Antonelli per la Mole di Torino, in mostra alla GAM.

    Attorno a questo ideale “sole” ruotano una serie di lavori che introducono il concetto di come un discorso di verità si crei nelle relazioni e nei rapporti personali degli artisti”, nel rapporto diretto dei coniugi Merz con artisti come Jannis Kounellis o Giovanni Anselmo, o in quelli più “indiretti” come nel caso del più giovane Matthew Barney. Ecco, allora, che possiamo ammirare dei veri e propri omaggi a Mario Merz, come nel caso dell’opera collettiva “Spirale” (2014), ideata dai MASBEDO e ispirata a “Lumaca”, lavoro del 1970 di Mario, o il video di Tacita Dean, intitolato “Mario Merz”. Oppure possiamo osservare lavori che traggono ispirazione dalla ricerca artistica compiuta da Merz, come nel caso dei neon di Marzia Migliora e di Alfredo Jaar.

    Ogni tanto risulta ostico comprendere quali fossero i rapporti, diretti o indiretti, tra i coniugi Merz e gli altri artisti in mostra, soprattutto se il visitatore non è avvezzo alla storia dell’arte contemporanea recente. Sapere che Tacita Dean conobbe Mario Merz durante una residenza a San Gimignano, nell’estate del 2002, o di come questo suo video voglia essere un omaggio allo stile compositivo di Merz ci è precluso, a meno di non saperlo a monte o di informarci a posteriori. In questo l’esposizione alla Fondazione Merz non ci aiuta al meglio, nondimeno rimane una pregevole scelta di opere che ci raccontano della grande influenza che Mario e Marisa Merz ebbero su un’intera generazione di artisti.

    Foto in copertina: fotogramma del video “Soul diaspora”, 2010, di Gianluca e Massimiliano De Serio, Collezione Merz, Torino

    Print Friendly
    Redazione

    La redazione di The Last Reporter. Cultura, cronaca sociale, esteri e notizie di servizio, dagli eventi alle breaking news.

      Seguici su Facebook

      Resta aggiornato su Twitter