28 April 2017
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    Tutttovero, un “concerto” al Castello di Rivoli

    Tutttovero, un “concerto” al Castello di Rivoli è stato modificato: 2016-02-19 di Redazione

    Concludiamo la nostra analisi sul ciclo espositivo “Tutttovero” mostra inaugurata a Torino lo scorso 25 aprile e ospitata in quattro sedi differenti: GAM, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Oggi esploreremo la sezione in mostra al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli.

    Nelle scorse settimane abbiamo offerto ai lettori un’analisi mirata di tre delle quattro tappe che compongono Tutttovero, il ciclo di mostre ospitate parallelamente dai quattro musei di arte contemporanea dell’area metropolitana torinese: la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Fondazione Merz. Queste esposizioni sono curate da Francesco Bonami con il sostegno di un comitato scientifico formato da Danilo Eccher, Marcella Beccaria, Irene Calderoni e Beatrice Merz e si propongono di declinare il concetto di vero e di realtà nell’arte, lungo due secoli di storia.

    L’ideale punto di partenza artistico è, infatti, il 1815, individuato da Bonami come un anno di grandi cambiamenti nella storia moderna europea. Dal 1815 si arriva al 2015: «I quattro progetti – osserva il curatore – vanno in cerca dell’intima importanza del parlare del vero nell’arte di oggi, in un’epoca in cui la realtà aumentata e l’informazione più veloce dei fatti, mettono in dubbio la credibilità di qualsiasi notizie, la cultura sta perdendo il suo valore di verità e viene ignorata se priva di un tocco sensazionalistico». Tutte le opere in mostra sono state scelte dalle collezioni dei quattro musei che aderiscono al progetto e, nell’idea di Bonami, servono a riflettere sulla costruzione, l’evoluzione e l’esposizione delle collezioni museali torinesi, nonché sulla loro identità all’interno del panorama cittadino.

    Dove eravamo rimasti.
    Iniziando con la presentazione del ciclo espositivo Tutttovero, oltre che con l’analisi della mostra ospitata alla GAM, ci siamo poi mossi a esplorare la sezione presente alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. La scorsa settimana abbiamo, poi, esaminato l’esposizione presente alla Fondazione Merz. Per la nostra ultima tappa, è arrivato il turno della sezione in mostra al Castello di Rivoli, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 8 novembre.

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    Luciano Fabro, “Italia all’asta”, 1994, Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, 2004 in comodato presso Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino.

    La mostra.
    La forza dell’esposizione al Castello di Rivoli sta nell’allestimento: solitamente la Manica Lunga è uno spazio dal fascino assoluto, ma che, architettonicamente, si sviluppa come un semplice corridoio. Non riserva sorprese al visitatore, tutto quello che è in esposizione nella Manica è subito visibile a un primo sguardo. Francesco Bonami e l’assistente curatrice Lucrezia Calabrò Visconti hanno cercato di ribaltare la situazione. Non volendo creare delle divisioni fisiche, come barriere o pareti, hanno fatto in modo che fossero le opere stesse a suddividere lo spazio. Qui non c’è bisogno di pareti perché sono i lavori degli artisti a nascondere le opere successive, raccogliendosi una sull’altra e addossandosi sempre più, mano a mano che l’esposizione avanza. È quindi lo sguardo del visitatore a dover trovare un percorso all’interno della mostra e una prospettiva nuova sul come interagire con le opere.

    In questo, lo spettatore è aiutato dalle “opere in movimento” presenti in mostra: la “Barca nuragica” di Gilberto Zorio (2000), “Parlez moi d’amour” di Mario Airò (2002) e “Cutting Through the Past” di Rebecca Horn (1992-93), scandiscono i tempi, allo stesso tempo giostre e catene di montaggio. Esse accompagnano il visitatore che così costruisce la sua personale esperienza all’interno della mostra.

    Le cinque sezioni.
    Tutti i lavori presenti nella Manica Lunga sono disposti in una serie di gruppi che sembrano quasi voler formare i movimenti di un concerto, composto da cinque movimenti maggiori. The Shooting Gallery è l’ouverture e ci dà l’elemento chiave per comprendere l’allestimento della Manica Lunga: si tratta proprio di “The Shooting Gallery” (1973), la stampa di László Moholy-Nagy che troviamo all’ingresso. Nella stampa originale del ’27, Moholy-Nagy faceva un riferimento esplicito a El Lissitzky, il quale stava teorizzando il cabinet, un piccolo spazio espositivo all’interno del quale era il visitatore stesso a spostare le strutture modulari che fungevano da pareti e a decidere come visualizzare le opere. Con questo riferimento Moholy-Nagy sta suggerendo allo spettatore di agire all’interno dello spazio come un protagonista attivo della mostra. Allo stesso tempo lo sta anche canzonando: nella stampa possiamo, infatti, osservare degli spettatori che sparano alle opere d’arte.

    La continuazione della mostra è affidata alla sezione denominata La Fontaine, che esplora la tematica della metafora, ben espresso dall’opera “Senza titolo” di Pier Paolo Calzolari (1970-71) e da “La Fontaine” di Mark Dion (2007), in cui la classificazione scientifica si scontra con l’allegoria delle fiabe. L’esposizione continua con Il concerto, sezione centrale, in cui l’idea dei gruppi di opere, viste come movimenti di un concerto, si palesa pienamente: Zorio, Lavier, Pisani, Colla riflettono sulla verità del linguaggio artistico, attraverso gli stringenti riferimenti delle proprie opere. Parlez Moi D’Amour è la sezione più corposa e interessante per quanto riguarda le opere in mostra, ma è anche la più confusa nel suo volerle raggruppare insieme e nello spiegare il tema comune: l’intimità (Monica Bonvicini, Jannis Kounellis), l’oggetto di uso comune che perde la sua funzione (Marisa Merz, Massimo Bartolini), la drammatica ironia dei nostri tempi (Maurizio Cattelan). Chiude questo ideale concerto Cutting Through the Past, che si sviluppa come una specie di Paese dei Balocchi, introducendo la tematica dell’architettura come luogo privilegiato per la trasfigurazione di spazio e tempo. E proprio un archetipo architettonico conclude la mostra, con la “Colonna” di Zorio (1967) pronta a scandire l’istante in cui lo spettatore dovrà ripercorrere a ritroso lo spazio espositivo, creando tutta una nuova prospettiva e un nuovo dialogo tra le opere.

    Grazie a questo allestimento, la Manica Lunga diviene un luogo «dove si torna e si ritorna a rivedere capolavori eccezionali, che solo lì si possono godere nella loro pienezza e unicità», un museo che si rinnova senza cambiare architettonicamente e che esalta la sua stessa vocazione alla permanenza.

    Un breve giudizio finale su Tutttovero.
    Il giudizio finale e complessivo sul ciclo espositivo Tutttovero è certamente positivo, benché, in alcune delle sue parti, rischi di forzare un po’ troppo la mano. L’idea di svelare al pubblico e di sfruttare le meraviglie dell’arte contemporanea che si possono trovare nelle collezioni torinesi è sicuramente interessante e ottimamente realizzata, sebbene qualcuno potrebbe spingersi a dire “un po’ limitante”, in quanto obbliga i curatori a scegliere da un parco-opere ristretto e a coordinare i lavori in una mostra congiunta, che si sviluppa attraverso quattro sedi differenti, ognuna delle quali ha il compito di mantenere la propria identità museale. Questa è una scelta che, in alcuni casi, funziona meglio che in altri: nello specifico alla Fondazione Sandretto e proprio al Castello di Rivoli. A ben vedere, però, questa “limitazione” ci importa solo fino a un certo punto, poiché, come affermavamo già in precedenza, la vera protagonista è la città di Torino, che svela i suoi tesori, offrendo al pubblico opere che, solitamente, non vengono mostrate con troppa frequenza. Brillante anche l’idea di realizzare il catalogo finale servendosi di una selezione di foto fatte dagli stessi visitatori, spedite ai curatori o postate sui social con l’hashtag #tutttovero.

    In copertina Pier Paolo Calzolari, “Senza titolo (mortificatio, imperfectio, putrefatio, combustio, incineratio, satisfactio, confirmatio, compositio, inventio, dispositio, actio, mneme)”, 1970-71, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino.

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    Redazione

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