23 November 2017
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    Uber: Italia e Europa a due velocità

    Uber: Italia e Europa a due velocità è stato modificato: 2015-04-08 di Paolo Morelli

    La Commissione europea vuole regolamentare Uber, mentre l’Italia si dà da fare per bloccarla. Due mondi separati.

    È di due giorni fa la notizia, riportata dal Financial Times, che la Commissione europea intende regolamentare l’attività di Uber in Europa. «La normativa cambia da Stato a Stato, quando non di città in città», ha dichiarato Violeta Bulc, Commissario europeo per i trasporti che a gennaio aveva incontrato Travis Kalanick, CEO di Uber. Già tempo fa, in Italia e in diversi altri Paesi europei, era emersa con forza la necessità di avere leggi precise per quello che, di fatto, si è rivelato essere un vuoto normativo. Per questo la Commissione europea avvierà uno studio in diversi Paesi per analizzare il mercato del trasporto pubblico non di linea e, soprattutto, monitorare le tensioni sociali.

    Uniformare le regole.
    Da un lato ci sono i tassisti, lobby fortissima in molte nazioni e parecchio impegnata a salvaguardare il proprio mercato (cosa legittima, peraltro); dall’altro c’è Uber, azienda statunitense che con la sharing economy sta rivoluzionando il mondo dei trasporti, sfruttando però quel vuoto normativo appena menzionato. Se non altro, Uber ha avuto il merito di porre un problema. In Italia, ad esempio, il Codice della strada è aggiornato al 1992, quando le app per smartphone erano pura fantascienza. Forse è il caso di modificare qualcosa per mettere ordine, affinché i tassisti smettano di aggredire gli autisti di Uber (come successo non solo in Italia) perché si sentono minacciati, e l’azienda statunitense chiarisca la propria posizione fiscale e amministrativa. La necessità sottolineata dalla Commissione europea è principalmente quella di uniformare le norme, troppo diverse e frammentate all’interno dell’Unione Europea.

    Reprimere Uber.
    L’Italia, dal canto suo, ha deciso di non decidere. Dopo le violente rimostrante dei tassisti di un paio di mesi fa a Torino, dalla famosa bozza del ddl Concorrenza sono state eliminate le norme che avrebbero dovuto intervenire sulla questione del trasporto pubblico non di linea, liberalizzandolo. Se però il Governo ha lasciato cadere la questione – rimandando a interventi «più avanti» – alcune regioni si stanno muovendo in senso restrittivo. A livello locale, naturalmente, la forza di una lobby si fa sentire in maniera molto più pesante, e così Liguria, Piemonte e Lombardia si sono subito date da fare per legiferare in materia.

    L’offensiva della Liguria.
    La bozza ligure, già diventata legge regionale e ripresa dalle altre due regioni, stabilisce che è possibile prenotare servizi di trasporto solo con i gestori che hanno regolare licenza e autorizzazione. La prenotazione dei servizi di noleggio con conducente (NCC) deve avvenire invece presso l’autorimessa (come già il Codice della strada impone) indicata nell’autorizzazione. Si aggiunge, inoltre, che il servizio taxi «deve garantire l’indifferenziazione della stessa tra i singoli operatori licenziatari di modo che sia sempre individuato il taxi più vicino o comunque con le caratteristiche più idonee alle esigenze dell’utente».

    I problemi, però, sono due. Innanzitutto alle regioni non è consentito di legiferare in materia di concorrenza, questione che spetta allo Stato risolvere, e potrebbero quindi essere sollevati dubbi di incostituzionalità. Il secondo aspetto riguarda i servizi NCC che non sono Uber, i quali verrebbero danneggiati da questa norma pur non avendo, di fatto, mai intralciato le attività dei taxi. Danni collaterali, insomma.

    Riconoscere un metodo, non solo Uber.
    Le differenze tra le comunità locali e l’Europa sono, anche in questo caso, abissali. Regolamentare l’attività di un’azienda, non in quanto azienda ma in quanto metodo, equivale a riconoscerla. Perché se l’utenza ha già scelto e il fenomeno prende piede così velocemente, allora significa che un bisogno c’è, e per soddisfarlo bisogna garantirlo in maniera libera e accessibile. Per fare questo, l’unico modo è approvare delle leggi. Se queste leggi, però, sono pensate per andare contro un’azienda, allora non si garantisce un bisogno, lo si reprime, e per reprimere Uber si rischia di colpire tanti altri servizi NCC che con l’azienda statunitense (e con i taxi) non c’entrano niente. Il risultato è paradossale: con l’intento di proteggere il mercato, si finisce per ammazzarlo. Forse, però, è vero quanto diceva l’avvocato sentito per la nostra inchiesta su Uber: «Il mercato, per legge, non è libero».

    Spunti europei.
    Come appena successo per la mattanza alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, è l’Europa che indica la strada all’Italia, almeno in questa fase. Ora, però, ci vogliono forza e volontà, soprattutto per essere consapevoli che la questione non riguarda lo scontro tra Uber e taxi («Stai con Uber o con i taxi?»), ma il fatto di avere leggi chiare e inequivocabili sui bisogni della vita quotidiana come, ad esempio, il trasporto pubblico.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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