17 October 2017
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    Chi ha ucciso Stefano Cucchi?

    Chi ha ucciso Stefano Cucchi? è stato modificato: 2014-12-30 di Ludovico Astengo

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    Dopo aver letto le oltre 170 pagine di motivazione della sentenza di primo grado, permangono dubbi sulla sentenza di appello per il processo sulla morte di Stefano Cucchi, per la quale ora si attendono le motivazioni.

    Più di due settimane fa i giudici d’appello romani assolvevano gli imputati al processo per la morte di Stefano Cucchi, perché «il fatto non sussiste» (ciò che è successo nella realtà non corrisponde al reato di cui gli imputati erano accusati), e si scatenavano per qualche giorno i media, si formavano fazioni, si rifletteva ‘a caldo’ sui temi più svariati: l’impunità e la violenza delle forze dell’ordine, che rischiano di diventare una ‘tradizione’ tutta italiana, i compiti della magistratura nell’ordinamento, l’apparente sottomissione, nelle dinamiche processuali, dei soggetti deboli.

    Poi la discussione si è sopita, ‘vittima’, ancora una volta, dei tempi processuali: le motivazioni di una sentenza possono essere depositate anche successivamente alla lettura del dispositivo, quando sia particolarmente complessa la loro redazione, ma non oltre 90 gg. (e non si dubita che i giudici si prenderanno tutto il tempo disponibile per spiegare la loro decisione).

    La sentenza di primo grado.
    Stefano Cucchi viene preso in custodia dallo Stato il 15 ottobre 2009, vivo, per esserne rilasciato il 22 ottobre successivo, morto. Cosa è successo in quei sette giorni?

    La sentenza di primo grado racconta di un ragazzo secondo alcuni testimoni gentile, disponibile, attento alla sua condizione, secondo altri invece ritroso, scontroso, quasi indifferente alle circostanze che lo riguardano. Racconta di guardie penitenziarie inclini a parlargli e consigliargli come comportarsi, ma anche tremendamente silenziose, per non dire omertose, rispetto a quanto accaduto nelle celle del Tribunale; di medici, alcuni attenti e consapevoli del loro ruolo, altri, invece, incapaci addirittura di tutelarsi dalle conseguenze di una negligenza. Così, nessuno dei molti rifiuti che Stefano oppone a offerte di cure viene documentato per iscritto, e di conseguenza non si può provare che le sue scelte siano state il frutto di un consenso informato e consapevole sulle condizioni che ne sarebbero potute derivare.

    Periti e versioni: la storia.
    La storia di Stefano Cucchi non può essere ricostruita dai giudici utilizzando solo il dibattimento processuale e le sue regole; così vengono chiamati i periti, tanti, per fare luce sul caso utilizzando l’unica prova materiale analizzabile: il corpo di Stefano. I consulenti tecnici di parte, dei PM, delle parti civili, della difesa, scelgono tre spiegazioni diverse: il cuore del ragazzo si è fermato, ed è l’unica cosa su cui sono tutti pacificamente concordi. Come, quando, perché? Ognuno dice la sua.

    I giudici si accorgono delle versioni troppo discrepanti tra loro, chiamano dei periti ‘d’ufficio’, di cui potersi fidare per approfondire una materia di cui non sono esperti: Stefano è morto per sindrome da inanizione, dicono i periti, cioè per privazione di cibo e acqua; Stefano aveva delle lesioni, certo, ma non è possibile dire se siano state causate da un’aggressione o da una caduta; tali lesioni, inoltre, non sono state la causa della morte.

    Un paradosso.
    Paradossale, a prima vista, che i giudici lascino altri a decidere: come può un perito, un medico, tanto esperto nella sua materia, saperla collocare nel processo penale? Come può un giudice prendere per oro colato ciò di cui non sa, fidarsi, condividere la responsabilità della sua posizione con chi nella sua posizione non si trova per nulla?

    La Corte è consapevole di questo paradosso e scioglie i dubbi: i giudici si affidano ai periti per ciò di cui non sanno, l’autopsia di un cadavere, ma sono invece responsabili di garantire che il metodo dei periti sia corretto, non campato per aria, affidabile; e infatti sottolineano questo aspetto in sentenza, rassicurano, cercano di convincere, condividono che tale spiegazione sia l’unica a chiarire il violento dimagrimento di Stefano nei giorni di degenza, che sia la più logica, coerente, conforme alle più accreditate opinioni della scienza medica del settore.

    Cosa rimane dalla ricostruzione fatta? Le lesioni ci furono, forse, ma non ci sono abbastanza prove per determinare chi le inflisse; in presenza di ragionevoli dubbi, quelli che instillano i periti sulla causa delle lesioni, il giudice deve assolvere; e infatti assolve.

    Le responsabilità mediche.
    La negligenza, l’imperizia, l’imprudenza (in una sola parola la colpa) dei medici ci fu anch’essa, questo i giudici lo sanno senza bisogno dei periti; qui le prove che mancano sono quelle per dimostrare che i medici resero Stefano consapevole che si stava facendo morire di fame; spazzati via i ragionevoli dubbi, il giudice può condannare, e infatti lo fa, per omicidio colposo.

    La storia che quella sentenza racconta è complessa, parziale, inevitabilmente costretta entro tempi e procedure delicati, pensati in teoria per garantire qualcosa (Diritti? Il raggiungimento della verità? La scoperta di un colpevole?), ma pur sempre umani, e fallibili per ciò stesso.

    Il rispetto delle procedure.
    Prima della lettura, infatti, di una cosa eravamo certi: che il rispetto delle procedure previste dal nostro ordinamento non rende la sentenza necessariamente giusta; di conseguenza appellarsi alla correttezza delle parti e al rispetto delle regole per giustificare la giustezza (e la veridicità!) di un verdetto è quanto di più sbagliato. La giustizia esclusivamente procedurale non esiste, è un simulacro, e non c’è bisogno del caso di Stefano Cucchi per capirlo.

    Le garanzie di giustizia, ossia di verità, di una sentenza passano anche per il rispetto delle procedure, ma non possono prescindere da altri due elementi, ossia una corretta interpretazione delle norme e una esatta ricostruzione dei fatti.

    I giudici di appello hanno avuto da ridire su questa ricostruzione, secondo loro il fatto non sussiste, Stefano cioè non è stato ucciso da nessuno. A loro l’onere e il compito di spiegarci perché.

    Ludovico Astengo

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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