21 July 2017
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    Un nuovo Califfato minaccia il Kenya, nell’indifferenza

    Un nuovo Califfato minaccia il Kenya, nell’indifferenza è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    Mentre il Kenya continua a piangere le vittime di Garissa, il movimento Al-Shabaab torna a minacciare il Paese, la comunità internazionale inspiegabilmente tace.

    Sono passate quasi due settimane dal terribile massacro compiuto dal gruppo islamico Al-Shabaab all’interno del campus universitario della città keniana di Garissa, per il quale sono morti centoquarantotto fra studenti e dipendenti del college e sono rimaste ferite un altro centinaio di persone. Nonostante gli sforzi delle autorità del Kenya, è ancora impossibile tirare le somme definitive di questa immane tragedia, in quanto mancherebbero all’appello diversi studenti, probabilmente sequestrati durante l’attacco da altri membri del commando che sarebbero riusciti a fuggire.

    Ore di pura follia.
    Il 2 aprile scorso, un commando jihadista, composto da almeno quattro membri del gruppo islamico Al-Shabaab, ha preso d’assalto il campus universitario della città di Garissa in Kenya, uccidendo in poche ore quasi centocinquanta studenti, perlopiù cristiani. I terroristi, presumibilmente aiutati da alcuni complici all’interno del college, hanno potuto agire indisturbati per diverse ore, prima che le forze dell’ordine intervenissero. Dopo l’irruzione della polizia keniana, i quattro assalitori sono stati uccisi tutti nell’arco di mezz’ora. La scena che si sono trovati di fronte i soccorritori è stata probabilmente raccapricciante. Gli studenti uccisi, in gran parte cristiani, sono stati separati dagli altri ostaggi e massacrati a colpi di arma da fuoco. Fra le vittime anche diversi dipendenti del campus e alcuni studenti di fede musulmana che presumibilmente hanno cercato di difendere i compagni.

    Indagini e accuse.
    Dei quattro terroristi uccisi, uno è stato identificato come Abdirahim Abdullahi, figlio di un funzionario keniano della contea di Mandera di origine somala. Secondo quanto dichiarato dal padre, il giovane, ex studente di Legge all’università di Nairobi, due anni fa avrebbe abbandonato gli studi per unirsi al gruppo jihadista di Al-Shabaab. In seguito all’attentato, sono stati arrestati diversi dipendenti del college con l’accusa di aver favorito e coordinato l’assalto dall’interno e alcuni aerei da guerra keniani hanno bombardato diversi siti in territorio somalo, ritenuti centri di addestramento del gruppo Al-Shabaab.

    Nonostante gli sforzi portati avanti dalle autorità, a distanza di giorni dal massacro, la polizia keniana continua a essere al centro di feroci polemiche dovute al fatto che l’intervento dei soccorritori sarebbe avvenuto con eccessivo ritardo. Nel Paese sono in molti a pensare che i numeri della strage avrebbero potuto essere più contenuti se l’intervento degli agenti fosse stato più tempestivo.

    Il gruppo Al-Shabaab.
    È, ancora una volta, la Somalia, o quel che ne resta, a rappresentare un terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di movimenti legati al fondamentalismo islamico o guidati da finalità avverse al diritto internazionale, come già era avvenuto per gli episodi di pirateria nell’Oceano Indiano. Gli autori dell’attacco facevano parte di una cellula del movimento jihadista Al-Shabaab sviluppatosi nella parte meridionale del Paese a partire dal 2006. Il gruppo, che dichiara pubblicamente di voler ristabilire la Sharī’a quale legge fondamentale dello stato somalo, è legato ad Al-Qāʿida e riconosce come proprio capo supremo l’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman Al Zawahiri.

    Tuttavia, nell’ultimo anno, Al-shabaab, che in lingua somala significa “la gioventù”, si è avvicinato all’ideologia alla base dell’ISIS e sta per questo motivo tentando di organizzare un califfato che abbracci il corno d’Africa e le regioni limitrofe. In quest’ottica, l’attacco mosso nei confronti del campus universitario di Garissa, città che si trova a meno di centocinquanta chilometri dal confine con la Somalia, rischia di divenire il primo di una lunga serie di attentati, volti a destabilizzare la fascia occidentale della repubblica keniana.

    Le dichiarazioni del presidente del Kenya.
    Contro questa possibilità si è scagliato nei giorni scorsi il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, che ha espresso parole durissime nei confronti del movimento Al-Shabaab. Kenyatta ha escluso la possibilità che il gruppo somalo possa prendere possesso di parte del Paese al fine di instaurarvi un califfato islamico. Il presidente keniano, che ha definito il massacro come un vero e proprio attacco contro l’umanità, ha annunciato che il governo di Nairobi attuerà ogni azione possibile per combattere l’espansione del fondamentalismo islamico all’interno dei propri confini nazionali. Questo, mentre alcuni membri del gruppo di Al-Shabaab hanno già annunciato nuovi attacchi contro obiettivi in Kenya.

    La reazione del Paese e le parole del Papa.
    La strage di Garissa non ha fermato il dialogo fra la comunità cristiana e quella musulmana. I tre giorni di lutto nazionale proclamati dal presidente Kenyatta hanno fatto sì che l’intera nazione si stringesse attorno ai familiari delle vittime e alle famiglie dei ragazzi ancora in ostaggio. Il Kenya ha seppellito i suoi morti con una dignità enorme e sta dimostrando di essere un Paese solido, che non si piegherà facilmente al fondamentalismo islamico. Ricordando le vittime di Garissa, Papa Francesco si è detto vicino a tutti coloro che sono stati colpiti dal massacro e anche alla comunità cristiana del Kenya, di fatto sotto attacco. Il Pontefice ha anche sottolineato il silenzio di larga parte della comunità internazionale nei confronti della situazione politica dell’Africa orientale, definendolo addirittura complice della strage.

    L’indifferenza internazionale.
    Un silenzio davvero assordante quello della comunità internazionale di fronte alla strage di Garissa, che si somma all’indifferenza della società civile che pochi mesi fa era scesa in piazza a manifestare il proprio cordoglio nei confronti dei giornalisti di «Charlie Hebdo», barbaramente uccisi da un commando all’interno della redazione parigina del giornale. Pochi mesi fa, sui social network di tutto il mondo rimbalzava senza sosta quel «Je suis Charlie» simbolo di una vicinanza ai fatti di Parigi e di una condanna per quello che era stato un attacco alla libertà di espressione.

    Questa volta a subire le conseguenze del fondamentalismo sono stati trecento ragazzi keniani, che tra qualche anno sarebbero divenuti la classe dirigente del Paese. Ragazzi colpiti in quanto cristiani o in quanto musulmani moderati, convinti della necessità di sostenere il dialogo interreligioso nel loro Paese. Nonostante la tragedia abbia numeri decisamente più eclatanti rispetto a quella di Parigi, in pochi si sono dichiarati “studenti di quel campus universitario di Garissa”, rafforzando l’idea, fin troppo comune, che esistano vittime di serie B.

    In copertina: la rabbia e il dolore degli studenti in Kenya (foto: Washington Post)

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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