21 September 2017
    google_cultural_institute_1

    Una visita al Google Cultural Institute

    Una visita al Google Cultural Institute è stato modificato: 2015-04-18 di Davide Gambaretto

    Il Google Cultural Institute ha da poco integrato, nella sezione Art Project, una nuova funzione per fruire tridimensionalmente di reperti e manufatti storici. Abbiamo provato a “visitarla”.

    Circa una settimana fa il Google Cultural Institute, la famosa piattaforma digitale per la promozione e la tutela della cultura online, ha integrato nella sezione Art Project una nuova funzione 3D, per rendere ancora più coinvolgente la fruizione dei reperti storico-archeologici ivi raccolti. La visione tridimensionale e ad alta definizione delle opere è stata possibile grazie al lavoro degli ingegneri del Google Cultural Institute, che hanno realizzato un’apposito scanner 3D, in grado di elaborare una riproduzione accurata di oggetti, delle dimensioni massime di 40cm. In Italia, il primo museo ad aver aderito al progetto è il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino e, al momento in cui scriviamo, sono 22 le opere visibili attraverso la nuova funzione 3D, un numero certamente destinato a crescere in poco tempo.

    Questa nuova iniziativa è solo l’ultima di una lunga serie, finalizzata a rendere sempre più funzionale il database del Google Cultural Institute e del Google Art Project. Qualche mese fa, ad esempio, è stata data ai musei la possibilità di creare un’applicazione personalizzata per dispositivi Android che, con l’integrazione di Street View, permette tour virtuali delle strutture. Alcune realtà italiane hanno subito sfruttato la possibilità, come la GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Palazzo Madama, sempre a Torino, il MAGA – Museo arte Gallarate e il già citato MAO.

    Una visita virtuale.
    A seguito del lancio di questa interessante funzione, abbiamo deciso di fare un breve tour della piattaforma, sfruttando le possibilità che il Google Art Project ci mette a disposizione. Il fascino della funzione 3D è tutto da vedere, mentre ruotiamo una statua raffigurante il lama mKha’-spyod-dbang-po e ne osserviamo crepe e incisioni sulla base. Possiamo ammirare l’estesa collezione di teschi animali del California Academy of Sciences, le celebri maschere millenarie custodite nell’Israel Museum di Gerusalemme, o ancora la testa dell’imperatore Augusto esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna. In questa nostra “visita” non ci limitiamo, però, ai musei che sfruttano la tecnologia 3D: facciamo una passeggiata virtuale negli Uffizi di Firenze, contemplando da molto vicino l’Adorazione dei Magi di Botticelli, seguita da una rapida visita al Mural Arts Program della città di Philadelphia.

    Il Google Cultural Institute, tuttavia, non è solo Art Project. Possiamo perderci anche nella sezione denominata “Momenti Storici”, seguendo una delle sue dettagliate ricostruzioni, che ci raccontano alcuni dei momenti significativi della storia dell’Uomo. Così come è facile lasciarsi catturare dai percorsi ad hoc dedicati a tematiche molto precise, come “Donna e cultura” o “Storie dell’Olocausto”.

    google_cultural_institute_momenti_storici

    Le paure di alcuni.
    Da più parti si levano diverse voci di disappunto per il progetto di Google, che sottolineano particolari mancanze. Dicono che falsa la fruizione dell’opera d’arte o del manufatto storico, poiché Van Gogh non ha concepito Notte stellata perché lo spettatore vi zoomasse sopra, come ora risulta possibile grazie a Google. O ancora che il saltare da un’opera conservata al British Museum a una esposta all’Hermitage, favorisca una visione frammentaria che non permette una crescita culturale, poiché in questo tipo di fruizione manca un percorso unitario che lega i lavori osservati. Senza dimenticare il fatto che, a guardare le opere nella comodità e nella solitudine di camera nostra, non permette di vivere fino in fondo l’esperienza del museo. Inoltre, una volta abituati ai brillanti collegamenti ipertestuali che legano la nostra statua preferita ai saggi scelti espressamente per darci le giuste informazioni complementari, come potremmo mai tornare alla semplicità di una targhetta didascalica, che è propria del museo?

    Ci sono persone che, addirittura, avanzano rimostranze sull’eticità del progetto, asserendo che, per colpa di questa tendenza a digitalizzare la cultura, si arriverà a un punto in cui essa esisterà solo se sarà indicizzata sul Google Art Project. In questo modo verrà penalizzata la conoscenza di quelle opere che ne sono rimaste fuori, a causa della pigrizia nelle ricerche che proprio Google, con il suo progetto, concorre a creare nell’utente. Certo, una catalogazione dei reperti, definiamola pure “arbitraria”, è presente, ma questo anche perché la piattaforma è relativamente giovane e sta continuando il suo processo di classificazione. Inoltre, non dimentichiamoci che, proprio grazie all’aiuto di Google, molti dei musei cosiddetti “minori”, alcuni dei quali non possiedono nemmeno un sito internet ben strutturato, possono farsi pubblicità. Certo, rimane il dubbio – ma fors’anche la certezza, se vogliamo essere un minimo realistici – che molti dei musei partecipanti abbiano aderito, più che per amore dell’arte, per espandere il proprio brand, “catturare” pubblico e fare uno studio mirato sulle opere che piacciono di più all’utente. In questo modo il museo può sfruttare questi dati per organizzare esposizioni temporanee mirate o per tirar fuori dai magazzini qualche manufatto che su internet ha ricevuto tanti “like”. Se anche così fosse, non vediamo perché debba essere recepito come un aspetto esclusivamente negativo.

    Più che le rimostranze “etiche” sono quelle, chiamiamole “tecniche”, quelle sulla fruizione di un’opera, che possono sollevare alcune interessanti riflessioni. Noi, comunque, riteniamo che il Google Cultural Institute possa rivelarsi uno strumento particolarmente utile e un valore aggiunto soprattutto per studenti, ricercatori e insegnanti che desiderano adottare un percorso innovativo e interattivo di apprendimento, prima ancora che per il semplice appassionato.

    Google-Instiute-logo-801054Ritorna il luddismo?
    Questa avversione alla novità e alla modernità – che, molte volte e in maniera sorprendente, prende di mira anche i prodotti più “superflui”, come nel caso del Google Art Project – non è certo nuova nell’Uomo. È addirittura del 1995 un articolo che preannunciava teatralmente la fine di internet. Se l’invenzione della stampa avesse preceduto quella della ruota, avremmo assistito a un nutrito numero di interventi che avrebbero magnificato i benefici dei viaggi a piedi. È la nostra natura, ogni tanto ragioniamo lasciandoci trasportare e pensiamo che, se il visitatore si può permettere di osservare un’opera in 3D, comodamente dal suo computer di casa, non avrà più voglia di uscire, viaggiare e di andare a vedere suddette opere di persona. Noi, invece, siamo sicuri che il desiderio di osservare dal vivo La Gioconda, meravigliandosi delle sue dimensioni contenute, non potrà mai essere sostituito da una sua rapida visione online (sebbene, in questo caso specifico, la grande calca che da sempre accompagna la visione del famoso dipinto di Leonardo, potrebbe scoraggiare i più).

    Il Google Cultural Institute.
    Nato nel 2011, a seguito del lancio della prima versione del Google Art Project, il Cultural Institute si occupa di sviluppare tecnologia con l’obiettivo di «rendere accessibile a tutti e per conservare in formato digitale importanti materiali culturali, così da educare e ispirare le generazioni future». Tutti i progetti della piattaforma sono frutto di strette collaborazioni con i musei, le fondazioni, i siti di interesse culturale e gli archivi che gestiscono i contenuti delle piattaforme digitali messe a disposizione da Google.

    Print Friendly
    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter