23 June 2017
    Sede-CEDU

    Unioni gay: la CEDU condanna l’Italia

    Unioni gay: la CEDU condanna l’Italia è stato modificato: 2015-07-28 di Christopher Rovetti

    La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo condanna il nostro Paese in merito alla mancanza di una legislazione che tuteli e riconosca  le unioni fra persone dello stesso sesso.

    Alla fine è arrivata anche la condanna da parte della CEDU (Corte Europea per i Diritti dell’Uomo) a ricordarci che qui da noi, in Italia, la legislazione relativa ai matrimoni fra persone dello stesso sesso è ferma all’età della pietra. Se nel resto d’Europa si parla di matrimonio gay, di adozioni e di diritti con D maiuscola, nel Bel Paese la questione è un pochino più basica: i gay hanno diritto a veder riconosciuta la possibilità di crearsi una famiglia? La questione è seria, non tanto perché ce lo dice la Corte di Strasburgo, quanto piuttosto perché il clima sociale e politico intorno all’intera faccenda si sta facendo sempre più rovente, rasentando talvolta il ridicolo.

    I fatti.
    Alcuni giorni fa la Corte ha condannato il nostro Paese per aver violato l’articolo 8 della Carta Europea per i Diritti dell’Uomo che sancisce il diritto al rispetto della vita familiare e privata dei singoli cittadini. In particolare, la Corte di Strasburgo era stata chiamata a esprimersi in merito al caso di tre coppie omosessuali italiane che avevano visto rigettata la loro richiesta di fare le pubblicazioni matrimoniali nei rispettivi comuni di residenza. La mancata accettazione della richiesta ha spinto le tre coppie ad adire alla Corte del Consiglio d’Europa, che in prima istanza ha deciso di condannare l’Italia a un risarcimento di trentamila euro e ha ammonito il nostro Paese riguardo al totale vuoto legislativo in materia di unioni fra persone dello stesso sesso.

    L’Italia come la Grecia.
    Va detto che la corte di Strasburgo non è nuova a questo genere di pronunciamenti. Nel 2013, anche la Grecia era stata condannata per aver escluso dalla normativa nazionale in materia di unioni civili le coppie formate da persone dello stesso sesso. Prima ancora era stata l’Austria a finire sul banco degli imputati in due diversi casi risalenti al 2010 e al 2013. E adesso è stata l’Italia a essere bacchettata per la sua totale inerzia in materia di diritti civili legati al riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso. Un’inerzia questa che non fa bene al nostro Paese, non tanto per l’ennesima figuraccia che ci fa fare a livello europeo, quanto piuttosto perché non fa altro che inasprire le polemiche interne su una materia che continua a essere un vero e proprio tabù.

    Ivan-Scalfarotto

    Ivan Scalfarotto (foto: queerblog.it)

    Il dibattito che non c’è.
    Partendo dal presupposto che il riconoscimento delle unioni omosessuali rappresenterebbe una grande dimostrazione di civiltà, e anche di maturità, da parte del nostro Paese, sono in molti a chiedersi il motivo per cui in Italia non sia ancora stato avviato un vero dibattito politico in materia. Il Parlamento è un luogo di discussione e confronto dove, ipoteticamente, le forze politiche dovrebbero affrontare i temi su cui andare a legiferare. È possibile che i partiti ritengano le unioni gay un tema marginale sul quale non valga la pena perdere tempo? È possibile che l’unico modo per discutere dell’argomento sia attraverso i titoloni dei giornali, le dichiarazioni estemporanee di qualche clericale attempato o i tweet di qualche mina vagante che per far valere le proprie idee è costretto a esprimerle sui social network? È possibile che nel Parlamento italiano si parli solo ed esclusivamente di economia, lavoro e legge elettorale, ma mai di diritti civili?

    Il Web come Parlamento 2.0.
    Come da pronostico, la condanna da parte della Corte di Strasburgo ha suscitato le reazioni più disparate da parte del popolo del web che, implacabile, ha espresso la propria posizione attraverso vignette, articoli pungenti e parodie. Ce n’è veramente per tutti i gusti: dai cattolici che mirano a sottolineare come la sentenza della Corte non imponga al nostro Paese di legittimare il matrimonio gay, ma solo di tutelare la vita familiare e privata delle coppie omosessuali, ai meme che si chiedono perché i suddetti cattolici si diano tante pene di pancia per dei matrimoni ai quali non saranno mai invitati. E poi c’è Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme e attivista per i diritti lgbt, che su Twitter ha espresso la propria vicinanza alla sentenza CEDU, ricordando che il suo sciopero della fame di qualche mese fa aveva l’obiettivo di richiamare l’attenzione sul vuoto legislativo in materia di unioni fra persone dello stesso sesso.

    Cornuti e mazziati.
    Cornuti e mazziati, verrebbe da dire. Non solo il nostro Paese è privo di una legislazione in materia di unioni civili con particolare riguardo alle unioni fra persone dello stesso sesso, ma dobbiamo anche sentircelo dire da altri. Il Paese che ha esportato il diritto nel mondo, la culla della legge universalmente riconosciuta, deve subire l’onta di essere condannato per un vuoto legislativo grande quanto una casa. È pur vero che negli ultimi secoli non abbiamo brillato per prontezza e che, quando in Francia parlavano di diritti dell’uomo, noi non avevamo ancora un Paese degno di questo nome, ma siamo sempre la nazione che si vanta di avere la Costituzione più bella del mondo, lo Stato che per primo ha abolito la pena di morte nel lontano 1786.

    È possibile che non si riesca a riconoscere a livello giuridico il diritto di due persone dello stesso sesso ad amarsi e a essere una coppia? Possibile che gli omosessuali italiani debbano per forza espatriare per sposarsi? A cercare di stemperare le polemiche generate dalla condanna da parte di Strasburgo è intervenuto il Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, che ha annunciato alla nazione che la legge in materia di unioni civili sarà votata dal Parlamento entro la fine dell’anno. Speriamo solo che il ministro si riferisse al 2015 e che all’ultimo momento non salti fuori una provvidenziale crisi di governo che mandi tutti negli spogliatoi e rinvii la questione a data da destinarsi.

    Foto in copertina: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo (fonte: assac.org)

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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