28 April 2017
    Orlow_Remnants of the Future

    Uriel Orlow, raccontare l’irrealizzabile

    Uriel Orlow, raccontare l’irrealizzabile è stato modificato: 2015-07-25 di Davide Gambaretto

    Fino all’11 ottobre il Castello di Rivoli ospita la personale di Uriel Orlow, “Made/Unmade”. Un percorso in cui l’artista svizzero (non) racconta un storia complessa e si confronta con il modo in cui il passato sopravvive nel presente.

    Al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, fino all’11 ottobre, va in scena la prima personale italiana di Uriel Orlow. In un percorso ricco e costellato di tematiche artistiche e sociali, “Made/Unmade” accompagna il visitatore attraverso tredici sale storiche del Castello e svela un insieme di micro-narrazioni che rimandano a più ampi contesti storici.

    Micro-narrazioni che raccontano una storia.
    Il nucleo principale della mostra è rappresentato da “Unmade Film” (2012-13), una delle opere più recenti di Orlow che dispiega davanti a noi tutta la sua poetica. L’artista svizzero cerca di analizzare il passato, come questo si colleghi al presente e sopravviva in esso e come lo stesso “avanzamento cronologico” da passato a presente crei tutta una serie di rimandi e narrazioni più ampie che si intersecano perfettamente con la storia che ha deciso di raccontare.

    Questo “Unmade Film” è, però, una pellicola irrealizzabile; una storia impossibile da raccontare, per via di problematiche tecniche e, soprattutto, a causa di forti motivazioni etiche. Accorgendosene, Orlow ha mutato il suo approccio a questa ideale pellicola, decidendo di (non)raccontarci la storia, grazie all’insieme delle parti che costituiscono l’ipotetico film. L’opera, infatti, risulta frammentata, sia nello spazio espositivo, sia nella sua realizzazione: ci troviamo di fronte a storyboard, copioni, fotogrammi, fotografie delle location, disegni, musica, effetti sonori, voci, luci e, perfino, titoli di coda. Piccole parti di una narrazione più ampia che, unite tutte insieme, riescono a darci l’idea della storia nel suo insieme. Il punto più alto di una dialettica fondata sulla costruzione/decostruzione di un racconto.

    La storia (non)raccontata.
    La storia che Orlow ha provato a raccontare è tanto terribile quanto affascinante. Il punto di partenza è la complessa vicenda del villaggio palestinese di Deir Yassin, situato alla periferia di Gerusalemme. Nel 1948 dovette affrontare un’orribile tragedia, poiché i suoi abitanti vennero massacrati dalle forze paramilitari sioniste. In seguito, sui resti delle case palestinesi, venne fondato l’ospedale psichiatrico di Kfar Sha’ul, dedicato alla cura dei sopravvissuti all’Olocausto; un luogo in cui fu internata anche la zia dell’artista. Nei medesimi edifici, inoltre, vengono curati anche i pazienti che sono colti dalla cosiddetta “Sindrome di Gerusalemme” (manifestazione improvvisa, da parte del visitatore della città di Gerusalemme, di un forte impulso a proferire espressioni visionarie e di fede).

    Attraverso un racconto – che, ricordiamo, è ancora in divenire: l’ospedale psichiatrico e l’occupazione sono ancora presenti in loco – che si dipana su differenti livelli stratificati nel tempo, Orlow prova a svelare i meccanismi della memoria e della Storia. Cerca di compenetrare i differenti piani temporali e le differenti tragedie che hanno avuto luogo nello stesso posto, sebbene, come racconta lo stesso artista «[…] queste tragedie non potevano essere poste sullo stesso piano per una questione di intensità e, proprio a causa di questo corto circuito etico, il progetto del film è crollato».

    Orlow_Grey, Green, Gold

    Uriel Orlow, “Grey, Green, Gold”, 2015 (particolare). Cortesia dell’artista e della Galleria Laveronica arte contemporanea di Modica

    Coinvolgere lo spettatore.
    «Evitando una rappresentazione narrativa diretta, le opere di Orlow spingono i visitatori a colmarne delle lacune e a impegnarsi in un dialogo con la realtà attuale e con il ruolo che la nostra consapevolezza storica può avere nella costruzione, nel nostro stesso presente, di un futuro differente», racconta la curatrice Marcella Beccaria. Un espediente che fa sì che il visitatore sia sempre attento e investa emozionalmente nall’opera di Orlow: è lui che deve ricostruire l’opera finale “collegando i puntini”. Un brillante “metodo di svelamento” che si nota, soprattutto, in “Unmade Film”, ma che non manca di pervadere anche tutti gli altri lavori di Orlow (che paiono quasi un’affascinante appendice all’ampio lavoro di “Unmade Film”).

    Da “1942 (Poznán)”, video attraverso il quale apprendiamo che un’antica sinagoga polacca venne convertita in piscina dai nazisti (ancora una volta si disvela l’intrecciarsi di passato e presente), fino a “Remnants of the Future”, in cui subentra un’altra chiara poetica di Orlow: quella della natura che si riappropria del territorio, con l’artista che arriva a rappresentare – formalmente parlando –un ipotetico futuro distopico. Inoltre, analizzando i suoi lavori, è ovvia la predilezione dell’artista svizzero per i luoghi “invisibili” e per gli eventi piccoli o dimenticati che, indirettamente, fanno riferimento a contesti storici più ampi.

    Ogni dettaglio, nel lavoro di Orlow è curato fin nel minimo particolare, senza mai cadere, però, nel didascalico. Un’ombra catturata su di una fotografia, il modo in cui si accende una luce all’interno di un’installazione, la scelta di un suono; nulla è lasciato al caso e ogni scelta concorre a creare un sottile gioco di equilibri e rimandi formali che, nonostante i temi trattati – quasi sempre impegnati socialmente e particolarmente “forti” – riesce a infondere un senso di calma e di pace nello spettatore. Una situazione che si nota perfettamente mentre osserviamo l’opera più recente di Orlow, quel “Grey, Green, Gold” (2015) composto da squisite fotografie che ci raccontano della coltivazione selettiva di una varietà particolare del fiore Uccello del Paradiso, ma che, allo stesso tempo, creano un forte parallelo con gli anni di prigionia di Nelson Mandela.

    In copertina: Uriel Orlow, “Remnants of the Future”, 2010-12 (fotogramma). Cortesia dell’artista e della Galleria Laveronica arte contemporanea di Modica.

    Print Friendly
    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter