25 March 2017
    Switzerland Nuclear Iran

    Usa-Iran: le facce di un accordo

    Usa-Iran: le facce di un accordo è stato modificato: 2016-01-27 di Giovanni Migone

    L’accordo sul nucleare in Iran apre a nuovi scenari economici e geopolitici, regionali e globali, con gli Usa costretti a giocare la partita più difficile in casa propria.

    Il Grande Satana ha un aspetto meno diabolico. Nonostante le parole della Guida Suprema Khamenei siano ancora dure nei confronti del «sistema arrogante» con cui gli Usa intervengono in Medioriente, il disgelo tra Washington e Teheran è qualcosa di storico: chiude un capitolo nero aperto più di 35 anni fa e ne apre uno nuovo, di possibile collaborazione e interazione per una stabilità regionale più solida nell’area potenzialmente più esplosiva del pianeta. Perplessità e ostacoli non mancano, ma la strada segnata dall’accordo di Vienna stravolge gli equilibri geopolitici, facendo dell’Iran il possibile ago della bilancia della regione.

    Il trionfo di Obama.
    La sua firma non è presente sul testo ufficiale, ma metaforicamente è quella che spicca su tutte. L’accordo è un successo diplomatico targato Obama, che lo ha fortemente voluto, nell’ambito di un più ampio progetto di distensione diplomatica (si pensi alle relazioni tra Washington e L’Havana). Nonostante gli attriti che si sono creati con partner storici della regione, la Casa Bianca ha specificato come questo accordo sia lo strumento più indicato per garantire la maggior sicurezza globale possibile: la minaccia di un Iran nuclearizzato, secondo Obama, ne esce drasticamente ridimensionata, grazie alla cooperazione internazionale nelle verifiche dei siti nucleari e militari iraniani e alla riduzione del materiale “non opportuno” di Teheran.

    La partita con il Congresso.
    Per Obama, il vero pericolo è dentro le mura domestiche. La partita più dura è quella da giocarsi nei prossimi due mesi con il Congresso, arbitro del destino dell’accordo, anche se la carta del veto presidenziale è stata preventivamente sventolata nell’annuncio della fine dei negoziati. I numeri sono risicati, ma sembrano propendere a favore del presidente, anche se una dozzina di democratici hanno fatto “coming out”, opponendosi alla ratifica.

    Il presidente ha sottolineato come sia di estrema importanza che il Congresso riveda i termini dell’accordo, ma non ammette la possibilità che non si giunga ad una ratifica. Qualora questo dovesse verificarsi, il veto presidenziale necessiterà un terzo più uno dei voti in aula per poter scavalcare l’assemblea, cosa non così scontata vista la piccola rivoluzione interna al partito dell’asinello. Obama gioca una partita rischiosa, con possibili ripercussioni anche sulla corsa alla Casa Bianca del prossimo anno e con i Repubblicani intenti a cavalcare il risentimento che da oltre 35 anni circonda la Repubblica Islamica.

    L’Iran che vince e l’Iran che perde.
    I patti si stringono almeno in due e il presidente iraniano Rouhani ha fatto la sua parte di compiti. L’accordo è anche figlio suo: dal 2013, anno del suo insediamento, i negoziati hanno subito un’accelerazione esponenziale. Ma per un Iran che festeggia per le strade di Teheran l’eliminazione delle sanzioni, esiste un Iran che dell’accordo non ne vuole proprio sapere. Al di là della parole di Khamenei, costretto a recitare il ruolo scomodo di quello che deve accontentare tutti, ma senza il cui placet l’accordo non sarebbe andato in porto, gli Ahmadinejad non sono scomparsi, anzi. Le parti conservatrici e militariste iraniane continuano la loro battaglia nelle sedi politiche, sottolineando la necessità di un Iran in grado di difendersi con ogni mezzo possibile, atomica inclusa.

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    Le paure di Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele (fonte: nena-news.it)

    Le conseguenze economiche.
    Per il Medioriente, il ritorno di un Iran libero da sanzioni sul palcoscenico economico e politico globale significherebbe un drastico rivolgimento dei palcoscenici della regione. Il potenziale economico iraniano è un serbatoio idealmente senza fondo: il sottosuolo è tra i più ricchi del pianeta e gli investimenti che cadrebbero a pioggia su Teheran rimetterebbero in moto l’economia potenzialmente più forte della regione.

    Le ricadute sul solo mercato energetico potrebbero essere di forte impatto e non è un caso che emissari delle principali multinazionali (Shell e Eni) si siano recati a Teheran ancor prima della chiusura dei negoziati. Lo stesso discorso vale per il gas naturale, di cui l’Iran possiede le maggiori riserve mondiali (più del 18% del totale), che potrebbe diventare un attore di primissimo piano sul palcoscenico del mercato energetico europeo, soprattutto dopo la crisi ucraina e il conseguente raffreddamento dei rapporti del vecchio continente con la Russia.

    Le conseguenze geopolitiche.
    Più problematica la possibile evoluzione degli scenari geopolitici. Gli Usa continuano a mantenere, e anzi a rafforzare, la propria politica contraddittoria: il deal con Teheran ribadisce il desiderio americano di disimpegnarsi dal groviglio mediorientale, contribuendo alla creazione di una media potenza in grado di svolgere il ruolo di arbitro e con cui collaborare nella lotta al terrorismo. La pia illusione però si ferma qui. L’altra mano dello Zio Sam è impegnata in Yemen al fianco della coalizione a guida saudita a combattere, seppur non indirettamente, le milizie dei ribelli sciiti Houthi sostenuti dallo stesso regime degli ayatollah. La monarchia saudita, così come Israele, è da sempre un interlocutore privilegiato di Washington in Medioriente, ma ora il timore di un Iran libero di sperimentare in ambito nucleare ha assalito Riyad e gli altri paesi sunniti della regione del Golfo, col rischio di una generale corsa agli armamenti atomici.

    Israele.
    Timori non del tutto ingiustificati se ci si chiama Israele e nella propria mente risuonano le minacce dell’Iran di Ahmadinejad. Secondo Tel Aviv, «l’enorme errore storico», così come l’ha definito Netanyahu, consentirà a Teheran di rifornire di armi tutti i nemici di Israele, da Hezbollah e Hamas in Libano e in Palestina. L’ossessione per la bomba atomica iraniana è stata tuttavia smentita dallo stesso Mossad, che ha preso le distanze dalle posizioni più intransigenti (e catastrofiche) dipinte dai famosi grafici di Natanyahu. Il Grande Satana forse sembra meno diabolico, ma sicuramente gioca una partita che non può permettersi di perdere.

    Foto in copertina: Losanna, i rappresentati di Unione Europea, Iran, Gran Bretagna e Usa annunciano l’accordo sul nucleare (fonte: pressherald.com)

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    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

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