25 February 2017
    tunisia_isis

    Il venerdì nero della guerra nascosta

    Il venerdì nero della guerra nascosta è stato modificato: 2016-01-26 di Giovanni Migone

    Con gli attentati del 26 giugno l’offensiva dello Stato Islamico raggiunge l’apice di una guerra che nei fatti è alle porte dell’Europa.

    Sull’Enciclopedia Treccani alla voce Guerriglia, si legge: «tattica di guerra, condotta, con specifica conoscenza delle condizioni ambientali, da parte di formazioni di limitata entità, per lo più irregolari, contro le truppe regolari dello stesso Stato o di uno Stato estero». Se questa definizione calza alla perfezione su formazioni come i Vietcong degli anni ’70 o i Talebani di dieci anni fa, lo Stato Islamico apre una nuova parentesi nel campo del warfare: gli attacchi al mondo occidentale degli anni recenti, dal World Trade Center a Madrid e Londra, possono catalogarsi come attentati, singoli episodi di violenza. Il Califfato, nei fatti, ha ridefinito la nozione di attentato, trasformandolo in vera azione militare. La guerriglia jihadista di marca Isis non rientra più nei canoni definiti da dizionari ed enciclopedie, non è più l’azione di pochi per la difesa della patria dall’invasore/oppressore di turno. La guerriglia di al-Baghdadi è una vera e propria azione militare offensiva, concepita e realizzata nell’ottica di un conflitto globale in pieno svolgimento.

    Venerdì di sangue.
    Questo è uno dei motivi per cui si fa fatica a dire che «siamo in guerra». Perché esula dai nostri paradigmi di guerra, mentre sull’altro fronte rappresenta una sorta di normalità. Eppure ci siamo. E i fatti del 26 giugno rappresentano l’apice sinora raggiunto in un conflitto che spesso siamo incapaci di riconoscere come tale. Un nemico visibile, ma invisibile; un contendente che non si sa dove colpirà, pur sapendo bene che lo farà; il tutto senza dover mobilitare un vero e proprio esercito. La Francia assiste attonita alla seconda profonda ferita della violenza jihadista in poco più di sei mesi. La Tunisia viene sconvolta dal secondo attacco in cento giorni, dopo quello del Bardo. Parigi, Tunisi, Saint-Quentin-Fallavier, Sousse. Francia e Tunisia sembrano essere legate da un insolito, macabro, destino.

    Francia.
    Perché questi paesi? Forse perché la Francia, uno dei paesi col maggior tasso di immigrazione – eredità del suo passato coloniale – non ha mai portato avanti una vera politica di integrazione. Si pensi soltanto alle rivolte delle banlieue d’oltralpe nel 2005, quando le periferie di dozzine di città si incendiarono (letteralmente) delle proteste degli abitanti, in stragrande maggioranza immigrati di prima o seconda generazione, con circa 2600 arresti nell’arco di 20 giorni. La Francia multietnica si è dimostrata terreno fertile per delusione e malcontento e negli strati sociali emarginati questo ha favorito la nascita di posizioni sempre più radicali.

    tunisia_isis_2

    L’arresto di un sospettato subito dopo l’attacco in Tunisia (foto: BBC.com)

    Tunisia.
    Per quanto riguarda la Tunisia, la questione si impernia essenzialmente sul suo passato recente e sui vicini scomodi. La Rivoluzione dei Gelsomini, che di fatto diede il via al movimento delle primavere arabe, ha reso la Tunisia post-Ben Ali il paese modello di un Islam aperto al mondo (non è un caso se l’Economist l’ha eletta nazione dell’anno 2014). Questo, naturalmente, non può incontrare il favore degli estremisti islamici di al-Baghdadi, né tantomeno quelli di Ansar al-Sharia, gruppo affiliato (de facto) allo Stato Islamico e situato al confine libico-tunisino. Proprio dalla Libia arriverebbero i rischi più alti per il governo di Essebsi dal momento che un numero consistente di fighters tunisini avrebbe varcato il confine per unirsi all’addestramento dei movimenti jihadisti.

    Kuwait e Somalia.
    L’invito dei vertici del Califfato a rendere il mese sacro del Ramadan «un inferno per gli infedeli» ha trovato immediata e tragica applicazione. Il messaggio del Califfo arriva forte e chiaro a tutti i suoi avversari. In primis all’Occidente: la decapitazione di Hervé Cornara a Lione e il massacro di Sousse (dove l’attentatore ha accuratamente evitato di coinvolgere il personale tunisino dell’albergo) non lasciano spazio a interpretazioni per quanto riguarda il destinatario. Lo stesso discorso vale per gli infedeli “interni”, gli sciiti, colpiti anch’essi duramente nel venerdì di sangue: nella moschea sciita di Kuwait City un attentatore suicida si è fatto saltare in aria provocando 27 morti e quasi 200 feriti. Più a sud, il Corno d’Africa è diventato teatro dell’assalto delle milizie al-Shabaab a una base dell’Unione africana vicino Mogadiscio.

    Posizioni.
    Se il messaggio è arrivato chiaro, allora la risposta deve risuonare altrettanto cristallina. È questa l’opinione di Roger Cohen, opinionista inglese del New York Times, secondo cui «l’occidente non può escludere azioni militari». Potrebbero essere i primi passi verso il riconoscimento di una guerra che già è in pieno svolgimento. E mentre i droni americani bombardano le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria, il fronte diplomatico si complica: le petromonarchie sunnite formalmente prendono distacco dall’azione dello Stato Islamico, ma sotto il tavolo muovono fili che raccontano storie completamente diverse. Sul fronte sciita, l’attenzione è catalizzata dalla possibile chiusura dell’accordo sul nucleare iraniano, che sul medio-lungo periodo potrebbe dare una spinta stabilizzatrice alla regione (nonostante i mugugni di Israele).

    Nel frattempo la paura si impadronisce dell’Europa. In particolare quella mediterranea, dove gli sbarchi di migranti, visti da molti come possibili estremisti, alimentano la diffidenza e l’emarginazione che avvicinano al radicalismo islamico. In un circolo vizioso che sembra non avere fine, l’Europa si (ri)scopre incapace di accordarsi persino su una questione elementare come la ripartizione in quote dei migranti. Nell’attesa, forse, di un aiutino dagli Stati Uniti, che però hanno deciso di abbandonare la poltrona di guardiano del mondo per perseguire i propri interessi.

    Foto in copertina: pro-democratie.blogspot.it

    Print Friendly
    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

      Seguici su Facebook

      Resta aggiornato su Twitter