21 September 2017
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    Viaggiare con Tabucchi, senza di lui

    Viaggiare con Tabucchi, senza di lui è stato modificato: 2015-03-25 di Redazione

    Tre anni senza Antonio Tabucchi. Oggi lo ricordiamo parlando della sua passione per i viaggi, per la scoperta e per le culture.

    Il 25 marzo 2012 moriva Antonio Tabucchi: scrittore, giornalista, docente di letteratura portoghese e traduttore. Più che il Tabucchi che si studia a scuola (quello di Sostiene Pereira, 1994, romanzo che lo ha reso celebre in Italia e in Europa), e quello che ha tradotto Fernando Pessoa, si vuole ricordare il “Tabucchi viaggiatore”. L’autore fece molti viaggi, tanto a spingerlo a dar vita ad un volume in cui sono raccolti gli scritti che ha dedicato al suo continuo traghettarsi da una sponda all’altra, anche della conoscenza umana. Questi viaggi spesso avvenivano con la moglie, Maria Josè de Lancastre, che lo accompagnava spesso nei suoi spostamenti, che si trattasse di lavoro o piacere. Nell’intervista rilasciata all’amico scrittore Paolo di Paolo, che apre il volume Viaggi e altri viaggi (2010) organizzato in piccoli capitoli dal sapore saggistico, Tabucchi usa queste parole per descrivere la sua fisionomia di viaggiatore:

    «Un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore».

    Viaggi e altri viaggi.
    Tabucchi era un viaggiatore che amava guardare, toccare, scoprire, sondare l’ignoto: viaggiava perché amava viaggiare, non per scriverne. Affascinato dalla conoscenza, dalla bellezza dell’arte, della natura incontaminata e libera di Creta, dalla Città dei Morti di Il Cairo abitata dai senzatetto, dalle storie delle vie dove Delacroix decise di acquistare la sua casa. Nei saggi di Viaggi e altri viaggi  si possono trovare momenti di grande liricità, riflessione e contemplazione nostalgica. Il libro inizia narrando le sue ricorrenti visite agli Uffizi, insieme allo zio, appassionato di pittura, che Tabucchi ricordava con tenerezza. In altri invece l’autore diventa una guida turistica, un cicerone attento e scrupoloso che fornisce consigli e racconta. Talvolta svela retroscena letterari: come quella volta in cui si trovò a Barcellona, in Piazza del Diamante, la stessa del romanzo autobiografico di Mercé Rodoreda, secondo Tabucchi «la maggiore scrittrice catalana contemporanea». Si trova un’intera pagina dedicata ad una lunga citazione del libro La piazza del Diamante:

    «[…] e davanti agli occhi le lampadine rivestite di fiori e le ghirlande incollate con un impasto di acqua e farina e tutta quella gente allegra e mentre stavo col naso per aria una voce vicino all’orecchio mi chiese, balliamo?»

    Il cibo e i peperoncini.
    Prosegue così la narrazione, tra una descrizione culinaria e la spiegazione della Sindrome di Stendhal, tra una passeggiata negli uliveti mediterranei o un caleidoscopico giardino parigino. Tabucchi amava il cibo ed era disponibile a sperimentare nuove pietanze, magari esotiche. In Mexico. Viaggi nei chiles:  elenca le tipologie di chiles, in Italia peperoncini:

    «Tradurre chiles con “peperoncini” è assolutamente inadeguato, tante sono le varietà, le forme, le intensità e le differenze di gusto di queste solanacee, e scoprirli è come esplorare gli insondabili abissi dell’animo umano, con le infinite gradazioni di sentimenti che ci nutrono, dalla tolleranza al rancore, dall’odio alla vendetta al perdono, dal tenero amore filiale fino alla passione più furibonda».

    Ogni chiles è un sentimento, un’emozione: impossibile catalogarli banalmente come semplici peperoncini. Allo stesso tempo, l’idea della eterogeneità dei sentimenti rimanda alla visione dell’India, paese adorato da Tabucchi.

    L’India.
    Quando il protagonista si reca in India in Notturno Indiano (storia di un portoghese alla ricerca di un amico perduto tanti anni prima) si comporta da sprovveduto, la sua unica lettura dell’India è limitata ad una insufficiente ed economica guida turistica. Si tratta di un rimprovero che fa a se stesso, come ammette in una lettera successiva al romanzo in cui dichiara di sapere poco del Paese. Può darsi che l’autore si faccia beffa dei lettori, o che usi la finzione per trasmettere al vasto immaginario occidentale la colpa di un’ignoranza manifesta. In Viaggi e altri viaggi l’India è raccontata attraverso la penna di altri scrittori, come accade in Un barbaro in Asia (1933) di Henri Michaunx, storia di un viaggiatore interiore che si rifiuta di capire l’India se non con un piglio ironico e distaccato.

    Un altro volume consigliato da Tabucchi come contrappeso di anni di esotismo franco-inglese è Un’idea dell’India di Alberto Moravia. Ma chi più di tutti avrebbe, secondo Tabucchi, colto l’essenza intima del Paese è Pier Paolo Pasolini con L’odore dell’India: qui lo scrittore rinuncia a etichette e si abbandona a un’esperienza conoscitiva tutta sensoriale. Un po’ come ha fatto lo stesso Tabucchi, per spiegare che cosa sia la saudade:

    «Nostalgia al futuro simile al “desio” dantesco, di qualcosa che non è ancora accaduto. Per capirne il senso bisogna sperimentarla di persona,  lungo la Rua da Saudade di Lisbona, la strada in cui la melanconia prende carne e ossa».

    La scelta di suggerire delle letture è significativa di quanto Tabucchi abbia subite influenze da arte, fotografia e poesia. Il libro è un compagno di viaggio, un amico, una musa, la molla creatrice. Ed è probabile che, con Viaggi e altri viaggi, lo scrittore pisano sperasse di accompagnare il lettore in quei viaggi straordinari, quelli che lui stesso non è riuscito a compiere.

    Donatella Conte

    Foto: publico.pt

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