19 October 2017
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    Vivere a Parigi dopo gli attentati

    Vivere a Parigi dopo gli attentati è stato modificato: 2015-06-15 di Redazione

    Vivere a Parigi subito dopo gli attentati che hanno scosso la Francia e l’Occidente. Ce lo racconta un’italiana, Jessica Bertone, emigrata in Francia.

    «Prima ho telefonato al mio compagno, per essere sicura che stesse bene e per dirgli che io stavo bene. Poi ho sentito mia mamma per rassicurare la famiglia in Italia. Ho ricevuto tanti messaggi ai quali ho risposto prontamente per non fare stare in pensiero nessuno. Non era una mia necessità, quanto un bisogno dei miei cari di sentirci vivi e sani». Jessica Bertone, originaria delle Langhe, è laureata in Architettura al Politecnico di Torino. «Mi sono ritrovata a Parigi per seguire il mio compagno nel suo percorso di Dottorato. La più classica delle situazioni provvisorie: dopo cinque anni siamo ancora qui».

    È andata all’enorme manifestazione di domenica scorsa?
    Non ci sono andata: la mia famiglia e i miei amici sono stati in ansia tutti i 3 giorni degli attacchi. Sarebbe stato inutile aggiungere altro stress.

    Che giorni sono stati gli ultimi a Parigi?
    Lavoro in pieno centro, dietro l’Eliseo. Sono a una fermata di metro dagli Champs Elysées. Il primo giorno ho visto con i miei occhi un movimento frenetico di auto blu nel quartiere in cui lavoro, a un passo dal Ministero dell’Interno. Tantissime sirene.

    E poi?
    Il giorno dopo l’attentato a Charlie Hebdo, per la prima volta in vita mia, ho visto un poliziotto piantonare il commissariato che si trova sulla strada da casa, nella periferia Sud di Parigi, alla metro. Verso le 8,35 sulla banchina della metropolitana erano schierati moltissimi operatori della Ratp, la società dei trasporti pubblici di Parigi. Ho scoperto il perché solo entrando in ufficio: il terrorista di Montrouge era riuscito a fuggire proprio usando la metro, intorno alle 8,20; il suo punto di partenza era a 3 chilometri dal mio. Dal terzo giorno di nuovo un’infinità di sirene: una cosa mai vista o sentita prima.

    Conosce qualcuno che abbia vissuto gli eventi che abbiamo visto?
    Ho un’amica che abita vicino al supermercato Kocher, quello in cui Coulibaly e una ragazza hanno preso gli ostaggi, quello in cui ci sono stati quattro morti. Non è uscita di casa tutto il giorno, si è messa davanti alle news per seguire gli assedi.

    Come si sente? Come si sentono le persone intorno a lei?
    È una sensazione difficile da raccontare. C’è un velo di oppressione posato su ogni persona che incontri e con la quale scambi qualche parola. So che è assurdo, ma nei primi tre giorni mi è sembrato di vivere in un film. È davvero difficile da spiegare, la sensazione è stata quella di vivere una vita parallela. Ero davanti allo schermo del pc e sapevo che questa cosa stava succedendo a pochi passi da me; vedevo la confusione fuori dalla finestra, ma la seguivo sullo schermo. Ne ho parlato con altre persone e la sensazione è condivisa: è come essere ubriachi, frastornati. Come se si fosse in una bolla di vetro.

    Ha la sensazione che quello che è successo possa ricapitare?
    Certo: tutti dicono che è solo l’inizio. Domenica un milione e mezzo di persone comuni hanno protestato e manifestato la loro voglia di libertà, ma sappiamo anche che qualcuno ci attaccherà per rafforzare in noi la sensazione di paura.

    Tanto per essere pratici: se domani finisse il latte in casa sua, con che spirito andrebbe al supermercato?
    Non penso che il mio stile di vita cambierà. Cerco di vivere normalmente, forse con un po’ più di attenzione alla gente che incontro per strada o sui mezzi pubblici. Ci sono tanti pericoli a Parigi quanto a Roma o a Milano. Lo scopo di questi “soggetti” è creare timore: cambiando le mie abitudini li farei vincere, darei loro soddisfazione. Non lo farò.

    Che cosa dice la gente comune, cosa pensa Monsieur Jean Dupont?
    Si vede gente che fa più attenzione nei luoghi pubblici. Per esempio, salendo in metro, molti guardano i volti più di prima, fanno più attenzione a scegliere vicino a chi sedersi. C’è anche tanta paura per quanto riguarda la società per cui lavoro: i miei capi sono ebrei, la mia collega è ebrea e dicono cose come: “A voi non succederà niente, siete meno toccati di noi”. Poi subentra il fatalismo: le probabilità di avere un incidente in auto o attraversando la strada sono molto più alte di quelle di essere vittime di un attentato.

    Conosce delle persone di fede islamica?
    Ho alcuni amici musulmani: stanno vivendo questa situazione peggio di noi. Sentirsi amalgamati a questi individui non ha assolutamente senso. Loro devono combattere una doppia guerra: contro i terroristi e contro gli ignoranti.

    In Italia siamo un po’ ritornati alla fine del 2001, e chi è di fede islamica deve di nuovo ribadire che “musulmano” non è sinonimo di “terrorista”…
    Appunto. Anche qui, è assurdo. I musulmani sono schifati. Un’amica mi ha confidato che ha dovuto ricominciare a difendersi dall’ignoranza: le persone la guardano male perché ha la pelle un po’ più scura, per il suo nome e cognome.

    Come si sta sviluppando il dibattito in Francia sull’argomento?
    Si stanno cercando rimedi a questo fenomeno di indottrinamento. Si è notato che questo si sviluppa più velocemente nelle carceri. Questi ragazzi sono francesi, come europei li abbiamo accettati, ma c’è qualcosa che non va a livello educativo. Le cause sono molte, anche personali: ognuno ha i propri percorsi, sappiamo per esempio che i due fratelli che hanno assaltato Charlie Hebdo sono stati rinchiusi in una scuola perché il padre era morto e la madre non si poteva occupare di loro. Inoltre le banlieu sono in una perenne situazione critica, i ragazzi che non hanno obbiettivo nella vita sono più di quelli che pensiamo, e gli indottrinatori forniscono loro uno scopo.

    Ha letto qualcosa di quello che si è detto in Italia? Cosa ne pensa?
    Ho letto, sentito, visto quello che si sta dicendo in Italia: la nostra stampa ed i nostri media azzardano ipotesi; ho sentito giochi di parole inappropriati. C’è chi addirittura ha osato dire «io non sono Charlie» senza capire che questa battaglia non ha colore, lingua, religione.

    Mauro Tezzo

    Foto: urbanpost.it

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