18 October 2017
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    “Yarmouk è una nuova Srebrenica”

    “Yarmouk è una nuova Srebrenica” è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Intervista con Andrea Iacomini, portavoce di Unicef in Italia. «Il campo di Yarmouk in Siria? Il pericolo esiste da almeno due anni».

    La voce squillante, la parlantina svelta e precisa, Andrea Iacomini dà l’idea di non perdere tempo nemmeno quando parla. È il portavoce dell’Unicef in Italia, e da diverso tempo sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione sulla tragica situazione del campo profughi di Yarmouk, a pochi chilometri da Damasco, nel quale abitano migliaia di palestinesi. I media ne hanno parlato nel momento in cui l’Isis l’ha occupato durante la propria campagna di espansione.

    Il campo di Yarmouk.
    Qualche giorno fa, le milizie del Califfato avrebbero abbandonato il campo profughi. Emergenza rientrata? Macché, l’Isis è solo l’ultima delle tragedie che hanno colpito i palestinesi di Yarmouk. «La situazione di questo campo è disperata già da due anni – ha spiegato Andrea Iacomini – e ora sono rimaste lì circa 18.000 persone, con almeno 3.500 bambini intrappolati. Già nel gennaio 2014 hanno subito un embargo di 187 giorni, momento in cui denunciammo i problemi di malnutrizione. Il 29 marzo scorso, poi, abbiamo denunciato il problema del non ingresso all’interno del campo». Il problema, infatti, è che non si riesce a entrare, né per controllare né per portare aiuti.

    “Nuova Srebrenica”.
    La tragedia di Yarmouk, per Iacomini, è “una nuova Srebrenica”. «Ho evocato Srebrenica – ha precisato – perché era un massacro. Ho visto che cosa fa l’Isis in altri luoghi, ma non è un pretesto per dire che “adesso è un inferno”, perché già da due anni quei profughi vivono nel pericolo, quando sono iniziati i bombardamenti da parte delle truppe di Assad». Il campo di Yarmouk nacque nel 1948, con la creazione dello stato di Israele, e nel tempo ha accolto tanti palestinesi da trasformarsi in un vero e proprio quartiere di Damasco, con la propria autonomia.

    Un racconto complesso.
    I giornali si sono interessati alla storia di Yarmouk, ma per poco. «Questa volta – ha aggiunto Iacomini – il racconto ha la sua complessità perché nessuno riusciva a entrare. L’aiuto della stampa, però, è fondamentale. Dobbiamo ricordare che dal conflitto siriano parte tutta l’emergenza umanitaria che viviamo oggi. Sono passati 5 anni e l’enorme spostamento di un popolo sta creando focolai di conflitto in giro per il mondo. Ora sul territorio ci sono Assad, Al-Nusra, Al-Qaeda e l’Isis, sarebbero questi gli interlocutori? La situazione umanitaria è grave».

    Unicef in Italia.
    Torniamo in Italia. Unicef, anche nel nostro Paese, sta portando avanti progetti a favore dell’infanzia, con il programma “Italia amica dei bambini”. Ma l’Italia, in effetti, è amica dei bambini? «L’Italia – ha raccontato Iacomini – è amica dei bambini, ma ha anche un alto tasso di bambini che non vanno a scuola, che supera il 12%». Il problema, per il portavoce di Unicef Italia, è che manca un welfare rivolto direttamente ai bambini. «Non pensiamo soltanto al fatto che ci sono bambini che arrivano sui barconi – ha continuato –, loro non hanno colpe e fuggono dalla guerra. Nulla, invece, è stato ancora fatto per l’integrazione reale, se non un piccolo passo avanti per la cittadinanza a 18 anni. Manca ancora il riconoscimento per chi è nato in Italia».

    Rilanciare l’istruzione.
    I problemi individuati da Iacomini sono insiti nella natura di questo Paese, che non investe nell’istruzione. «L’Italia amica dei bambini – ha spiegato – guarda ai bambini poveri e immagina soluzioni ad hoc per loro, si deve occupare di adolescenti di oggi e di domani. L’istruzione? Va rilanciata, perché le consapevolezze che nascono dall’istruzione consentono ai bambini di diventare sempre più civili e inclusivi. Una nazione che perde questa sfida non va avanti. Eppure, girando oltre 60 scuole, ho visto che i giovani hanno un’attenzione rivolta al mondo che non immaginavo, questa generazione è pronta a comprendere».

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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