25 March 2017
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    Yemen, nuovo palcoscenico globale

    Yemen, nuovo palcoscenico globale è stato modificato: 2016-01-26 di Giovanni Migone

    La guerra civile che sta dilaniando lo Yemen assume importanza dal punto di vista strategico per l’intero Medio Oriente.

    Mentre emergono le prime cifre sulle vittime dei raid aerei della coalizione sunnita (500 secondo le stime delle Nazioni Unite), lo Yemen si ritrova in ginocchio di fronte ad una guerra civile che sta assumendo proporzioni ogni giorno più significative. L’avanzata delle milizie sciite dei ribelli Houthi, appoggiate da Teheran, che ha travolto la capitale Sana’a a gennaio e costretto il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi prima agli arresti domiciliari e poi alla fuga in Egitto, sta rapidamente chiudendo il suo cerchio sul sud del paese, verso le città di Aden e soprattutto di Mualla. Lì le forze della coalizione compattatasi dietro Riad stanno accumulando i primi aiuti militari per le milizie fedeli al presidente Mansour Hadi.

    Emergenza umanitaria.
    L’operazione “Decisive Storm” intanto prosegue: i caccia sauditi, in collaborazione con le aviazioni di Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati e Giordania, continuano i bombardamenti su Sana’a, dove la situazione sanitaria, secondo la Croce Rossa Internazionale, sta subendo un tracollo verticale, soprattutto per l’interruzione di acqua corrente ed energia elettrica. Un intervento di terra sembrerebbe essere al momento ancora lontano, sebbene questa opzione non sia da escludere nelle prossime settimane «qualora l’escalation di violenza dovesse renderlo necessario», affermano i comandi sauditi. E mentre Sudan, Marocco, Egitto e Pakistan si dichiarano pronti a partecipare, fonti della Casa Bianca fanno sapere che gli Stati Uniti hanno garantito il proprio appoggio in termini di logistica e intelligence alle forze della coalizione.

    Usa e Iran.
    La posizione di Washington però si fa sempre più complessa, aprendosi contemporaneamente su due fronti apparentemente inconciliabili. La notizia del sostegno alla coalizione anti-sciita di Riad arriva mentre i caccia americani danno inizio ai bombardamenti su Tikrit, roccaforte irachena dell’IS (Stato islamico), in collaborazione proprio con i governi di Baghdad e Teheran. Le ragioni dell’ambiguità statunitense sono facili da intuire: l’amministrazione Obama continua a vedere nell’Iran il possibile partner per l’avanzamento del processo di stabilizzazione dell’area mediorientale. È in quest’ottica che va letto l’accordo siglato in questi giorni a Losanna dal Segretario di Stato John Kerry e dal Ministro degli Esteri iraniano Javad Zafiri sul programma nucleare del governo di Rohani. I rapporti tra Washington e Teheran sembrano dunque trovare nuovi punti di convergenza dopo 36 anni di chiusura totale, ossia dalla cattura dei 66 ostaggi dell’ambasciata americana nel ‘79.

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    Gli scambi politici del Medio Oriente (fonte: The Economist)

    La posizione di Israele.
    Washington tuttavia sembra non riuscire a decidersi sull’importanza da dare a tale accordo. E capirne le ragioni non è più di tanto complicato. Oltre a prendere parte attiva alla guerra in Yemen contro le milizie sciite dei ribelli Houthi appoggiate da Teheran, l’amministrazione Obama deve tenere a bada le relazioni diplomatiche con il principale alleato nella regione, Israele. E da Gerusalemme arrivano le bordate di Netanyahu sull’accordo di Losanna, giudicato dal premier israeliano come la chiave per concedere «allo stato più terrorista del mondo miliardi di dollari per gonfiare la sua macchina del terrore globale». Preoccupazioni comprensibili alla luce della storica rivalità che separa Gerusalemme dal paese degli Ayatollah e delle esternazioni del passato governo iraniano di Ahmadinejad.

    Il ruolo dello Yemen.
    Il conflitto in Yemen dunque non è solamente una guerra civile come quelle che, purtroppo, si sono succedute per decenni nell’area. Gli interessi che vi stanno dietro vanno oltre le azioni di una milizia ribelle sciita che si oppone a un governo sunnita considerato complice nell’ascesa dei fondamentalismi islamici di Al-Qaeda e dello Stato Islamico. Si tratta invece di una guerra per procura, in cui la piccola repubblica yemenita funge solo da palcoscenico su cui si muovono attori ben più potenti per interessi che sono in primis economici.

    L’Iran gioca a farla da padrone, aprendo le proprie porte agli investimenti stranieri, che cadrebbero a pioggia con l’eliminazione delle sanzioni Usa, Ue e Onu e garantendosi un’uscita rapida dalla crisi economica in cui naviga. Il conflitto, intanto, soffia sul fuoco di una guerra religiosa che, se dovesse andare a buon fine per le milizie Houthi, permetterebbe a Teheran di controllare i bracci di mare che contano: lo stretto di Hormuz e quello di Bab al-Mandeb, sulle cui acque transita il 40% del traffico marittimo mondiale, oltre a 3,8 milioni di barili di greggio al giorno. Con Washington che resta decisa a eliminare questa possibilità.

    In copertina: la suddivisione interna dello Yemen al 2012 (fonte: wikimedia.org)

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    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

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