23 June 2017
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    Youth – La giovinezza: vecchiaia di un cinema frustrato

    Youth – La giovinezza: vecchiaia di un cinema frustrato è stato modificato: 2015-05-30 di Federico Sanna

    “Youth – La giovinezza”, il nuovo film di Sorrentino, in concorso alla 68^ edizione del Festival di Cannes, non mostra le rughe del corpo, ma i solchi della vecchiaia di un Cinema frustrato.

    Da tanti anni, Fred Ballinger (Michael Caine), direttore d’orchestra in pensione, esaurisce i giorni di vacanza in un resort svizzero, una dimora lussuosa prigioniera delle montagne. Ritrova il vecchio amico Mick Boyle (Harvey Keitel), regista cinematografico ancora in attività, condivide qualche ora con la figlia Lena (Rachel Weisz) e rimbalza tra nuovi incontri. L’Hotel raccoglie tutte le diversità culturali e geografiche che la Terra può offrire: dal giovane attore Jimmy Tree (Paul Dano) a un monaco buddista, tutti occupano una stanza del Schatzalp Hotel. Una vacanza non è mai una vacanza in senso stretto, tutti sono alla ricerca di qualcosa. Fred trascina la sua apatia e il ricordo di sua moglie fin sulle Alpi, Mick sta ultimando la stesura della sceneggiatura del suo film testamento, Jimmy prepara un personaggio che dovrà interpretare, il monaco medita e tenta di levitare, orde di anziani si precipitano nel centro benessere della struttura e il tutto si trasforma in una riflessione sulla vecchiaia, e di rimando sulla giovinezza.

    Il non-Cinema.
    Se si considera un discorso non sull’oggetto del Cinema, ma sul suo modo di riprodursi, ovvero la sua forma, come immersione nella vita, Youth – La Giovinezza ne è l’assalto invasivo e debilitante. La pratica registica è piegata dall’urgenza totalizzante della trama, che emerge come strumento didascalico e giudicante, rivolgendo i suoi sforzi al pedinamento dei personaggi, diventati estensione statica del pensiero del regista. Sorrentino è un demiurgo eccessivo, la vita che rappresenta è una realtà artificiosa in cui i rapporti e i legami sono creati in virtù di uno schema fittizio. Al pubblico rimane solo l’esperienza di uno spazio che si sostituisce alla realtà e l’inerzia condotta pedagogicamente al finale da una guida fin troppo invadente.

    Il non-luogo.
    Secondo le parole dello stesso regista, l’hotel (e tutto ciò che lo circonda) sarebbe un non-luogo. Di fatto, è l’unico luogo possibile. È una fortezza impenetrabile e isolata da mondo esterno, che non è preso in considerazione perché non esiste, probabilmente si trova al di là delle montagne. La vallata è la realtà, nient’altro. Quando Fred conclude il soggiorno e recupera i contatti con il mondo esterno escluso, ha l’atteggiamento dell’illuminato che finalmente ha conquistato la verità e sondato la profondità della vita. L’hotel non può essere solo un non-luogo, è molto di più. Non c’è altro posto al mondo in cui si possa conoscere la verità, ma è un eterno ritorno arido: l’hotel è l’allestimento del mausoleo del regista, la celebrazione di se stesso. Gli ospiti, giovani e anziani, che popolano le numerose camere a compartimento stagno, come se non fossero ammesse sfumature, e il centro benessere sono borghesi annoiati che, in fondo, detengono l’esclusiva capacità di discutere della vita e dei suoi stadi.

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    La vecchiaia e la giovinezza.
    I dialoghi tra Fred e Mick e tra Fred e gli altri personaggi rappresentano la prova più evidente dell’atteggiamento didascalico del regista: la finta evoluzione dei pensieri non è altro che il percorso che Sorrentino ci obbliga a compiere per raggiungere la verità. C’è sempre un’opposizione di punti di vista, che si dimostra sterile sia per forma che per contenuto, dal momento che non nasconde lo sforzo di pervenire a conclusioni inedite, ma uno scambio opportunistico che prepara alla rivelazione finale. E allora si procede per aforismi, aneddoti, tautologie, riempitivi, citazioni colte e rievocazioni del passato inconsistenti, perché il passato non è mai esistito in un sistema autoreferenziale.

    La contrapposizione stabilita tra giovinezza e vecchiaia si riduce alla ricerca dell’identità tra corpo e anima, con esiti misteriosi. E pure il simbolismo è immediato, come il bisogno di mostrare sia la bellezza che la presunta intelligenza di Miss Universo, apparsa all’improvviso. Se i giovani esprimono la coincidenza, gli anziani cosa sono? La vecchiaia tende al ritrovare la giovinezza, ma anche i giovani bramano l’unità quando viene a mancare. Tutti i personaggi occupano differentemente i gradi della convergenza del corpo e della mente, da Mick che persevera nel far Cinema, a Lena che riscopre la femminilità dopo una delusione. Ma è tutta una partita il cui risultato è già deciso a priori, i giovani e i vecchi sono personaggi monolitici e piatti, perché non sono altro che l’evidenza, proposta dal regista, di una situazione della vita, non una presa di coscienza dell’io o un’immersione nella vita stessa e nelle sue immagini. C’è già un super-io che stermina l’inconscio e dirige un documentario predefinito sui giorni dei vacanzieri di un hotel di lusso.

    Cosa ci resta?
    Tutto, perché è tutto in mostra. In un film in cui il desiderio sembra avere una posizione privilegiata, l’aspirazione e la nostalgia sono eliminate. Non c’è nulla di non detto, non esplicitato, non osservato nella sua interezza. Le immagini ci obbligano a vedere tutto, i dialoghi ci obbligano ad ascoltare tutto. Tutto è il tutto di Sorrentino e dobbiamo saperlo, senza che nessuno abbia la possibilità di sfuggire o scoprire una ruga, un’imperfezione. Dopo la conclusione del film, abbiamo guadagnato una prescrizione morale e abbiamo il sospetto che il regista abbia voluto prendere in ostaggio la realtà per costringerla a rivelarsi secondo disposizioni.

    C’è un bel frammento in Stalker (1979) di Tarkovskij in cui la Guida racconta con brevissime parole la forza della gioventù e la debolezza della vecchiaia. Quest’ultima è fragile perché è rigida come un ramo secco. Youth – La Giovinezza è proprio questo, un film vecchio e debole. Rispetto ai modelli cinematografici cui si riferisce (tra tutti a Fellini) e rispetto al Cinema tutto, è un film che non ha niente da dire. Non ha le radici nella contemporaneità e nel tempo, è culturalmente superato.

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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