1 May 2017
    zerocalcare_salone_off_torino

    Zerocalcare, i fumetti di una vita

    Zerocalcare, i fumetti di una vita è stato modificato: 2015-03-11 di Davide Gambaretto

    Ieri pomeriggio, al Cecchi Point di Torino, il fumettista romano Zerocalcare ha incontrato il pubblico. È stata un’occasione per ripercorrere la sua carriera e fare il punto della situazione.

    «Vi dico subito che più mi applaudite e più divento timido». Inizia così la chiacchierata con Michele Rech, in arte Zerocalcare, organizzata nell’ambito del Salone Off 365, programma di incontri coordinato dal Salone del libro di Torino che si estende durante l’arco dell’anno. Zerocalcare è un fumettista romano che negli ultimi mesi – con la pubblicazione del suo nuovo graphic novel Dimentica il mio nome, edito da BAO Publishing – si è trasformato in un autentico caso editoriale.

    Piace. Zerocalcare piace alla gente. Ai trentenni che lo vedono come il portavoce di una generazione senza punti di riferimento forti e ai più piccoli, attirati dallo stile diretto, le battute sferzanti e i frizzanti riferimenti pop. Il personaggio indeciso e pieno di contraddizioni, che si mette a nudo davanti al suo lettore e attua un attento amarcord della sua infanzia, attira il pubblico, soprattutto perché tutti noi ci riconosciamo in lui, nelle sue idiosincrasie e nelle sue paure. Sebbene sia in attività come illustratore dal lontano 2003, la fama di Zerocalcare è esplosa dopo la pubblicazione del suo primo albo a fumetti La profezia dell’armadillo e l’apertura di un blog. «Devo ringraziare Makkox, a cui sarò sempre legato da una profonda gratitudine. È stato lui a produrre il mio primo libro e, sempre lui, mi ha convinto ad aprire il blog per fare promozione. Io non mi fidavo molto del web, lo vedevo come una roba un po’ di nicchia. Allora Makkox mi ha comprato il dominio, ha programmato il sito e ha pure postato la mia prima storia, un vecchio lavoro che avevo pubblicato su “Canemucco” [mensile a fumetti realizzato da un’idea di Makkox e Antonio Sofi, ndr]. Quando ho visto che la gente incominciava a commentare mi sono convinto».

    Cosa serve per diventare Uomo.
    Intervistato dai ragazzi che fanno parte del progetto Bookblog, Zerocalcare ha ripercorso alcune tappe fondamentali della sua carriera e della sua vita. «Ho iniziato a disegnare da piccolissimo. Non so neanche perché, i miei disegni non li volevo far vedere a nessuno, manco a mia madre. A 16 anni, poi, tutti i miei amici fighi suonavano in una band punk. L’unico contributo che potevo dare io era con i disegni, quindi ho iniziato a fare locandine e copertine di dischi. L’esigenza narrativa, invece, è nata dopo i fatti del G8 di Genova per poterli raccontare. Quella è diventata la mia prima storia a fumetti [A.F.A.B., ndr]».

    Zerocalcare ascolta le domande dei ragazzi, si prende tempo per rispondere e, a volte, viene messo in difficoltà dal candore con cui queste vengono formulate. «Le tappe che ti rendono Uomo? Oddio è una domanda alla quale, per poter rispondere, dovrei rifletterci sopra qualche ora, nella solitudine della mia camera. Personalmente ho cominciato a sentirmi vagamente adulto quando ho iniziato a essere indipendente economicamente e poi ci sono stati gli schiaffi… ne ho presi di schiaffi in vita mia, ad esempio quelli al G8 di Genova. Questo ha strutturato anche il mio rapporto con le autorità, altra tappa fondamentale della mia vita. Mi piacerebbe dirvi che mi sento cresciuto, adulto, e invece le insicurezze dell’infanzia sono ancora tutte lì. Faccio ancora fatica a dire che per lavoro faccio il fumettista».

    Copyright: Zerocalcare / BAO Publishing

    Copyright: Zerocalcare / BAO Publishing

    Kobane e l’impegno sociale.
    «Chiariamo, ci sono andato perché era una cosa a cui tenevo a livello personale, non sono andato a Kobane per fare un reportage a fumetti. Quella roba non mi interessa farla. Io è 15 anni che sono legato alla questione curda, da quando i centri sociali di Roma davano asilo agli sfollati. Andare a Kobane nell’ambito della “Staffetta Romana per Kobane” mi ha fatto riavvicinare a quella situazione». Gli occhi gli brillano e sembra essere più disteso quando può parlare di quello che gli sta davvero a cuore: non del suo lavoro, ma dell’impegno nel sociale. «Il mio impegno non passa per i fumetti. Pure se qualche idea ce l’ho, come una scuola popolare di fumetto in uno spazio occupato. Comunque non voglio essere uno di quelli che si sveglia la mattina e dice la sua. Non mi piace questo modo di fare».

    A chi poi gli chiede perché alla sua “tribù” dei centri sociali sia riservato così poco spazio nei fumetti, Zerocalcare risponde: «Il mio stile è basato sull’ironia e i panni sporchi si lavano in famiglia. Sono molto protettivo verso questa mia seconda casa e non la sminuirei mai inserendola in una mia storia. D’altra parte non mi interessa neanche rappresentare questa realtà in maniera idilliaca, facendo propaganda. Perciò preferisco non inserirla nei miei lavori fin dall’inizio. Se poi, dal di fuori, qualche associazione mi chiede di collaborare con dei disegni io lo faccio, come è successo per la manifestazione #Maiconsalvini a Roma». Quando gli domandano se ha mai pensato di collaborare con un quotidiano, Zerocalcare risponde asciutto: «Non potrei, perché come minimo finirebbe che in una pagina ci starebbe la mia striscia e la pagina dopo un editoriale che chiede di mandare in galera i miei amici».

    Lo stile “Calcare”.
    «Lo stile “Zerocalcare” è uno stile per sottrazione, di chi non sa disegnare muscoli, anatomie ombre» si schernisce«Faccio storie autobiografiche perché parlo di cose che conosco. Culturalmente sono cresciuto con il culto della trasmissione della memoria… fotografo il momento: fra 10 anni i miei personaggi saranno ancora uguali e le persone no. Però cerco di non invadere mai la privacy degli altri. Mi metto personalmente in prima linea per due motivi: perché io sono l’unica persona che conosco abbastanza bene da sapere che cosa pensa e perché faccio schifo come sceneggiatore. Ringrazio di avere una vita interessante, perché se dovessi inventare storie avrei già smesso. Questo è anche il motivo per cui, al di là di Secco [amico fraterno di Michele, ndr], che conosco come me stesso, poi utilizzo davvero pochi personaggi come catalizzatori delle mie storie».

    Ecco che si arriva al momento in cui Zerocalcare deve spiegare perché nasconde i suoi personaggi dietro a delle “maschere”: «Perché, in poche pagine, devo comunicare al lettore la mia percezione di quella persona: se uso Darth Vader è ovvio che sto disegnando uno che non mi sta simpatico. Però devono essere figure universalmente riconosciute, altrimenti il gioco non funziona». Prima di concludere l’incontro, con i proverbiali “disegnetti” che Zerocalcare regala ai fan, c’è ancora tempo per un paio di domande sul suo futuro. «Abbiamo completato la sceneggiatura del film tratto da “La profezia dell’armadillo”, però le riprese sono slittate a non so bene quando. Però la sceneggiatura me l’hanno pagata. Adesso sto come il tizio de “L’Odio”: fin qui tutto bene… Se farò mai una storia che non è autobiografica? No. Ora come ora non ne avrei la capacità».

    Print Friendly
    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter